La battaglia globale della nuova sinistra europea

La clausola sociale è una cosa di sinistra.

Due secoli fa, in Europa, i lavoratori si trovavano in condizioni anche peggiori di quelle in cui è costretta oggi la manodopera nelle economie emergenti. In questi due secoli, tanta strada è stata fatta. Oggi, per difendere le conquiste del progresso, occorre condividerle con il resto del mondo. È una questione di equità, di giustizia, di etica. Ma anche di sopravvivenza.

La battaglia per una globalizzazione “dal volto umano” è interesse di tutta la società in tutte le società. Ma non è una battaglia “bipartisan”. Questa è una storia che parla di diritti, di lavoro, di tutele e di benessere diffuso, di solidarietà e di giustizia distributiva, di bene comune, di equità e di progresso sociale. Questa è una storia di sinistra.

La sinistra ha sempre parlato (o avrebbe sempre dovuto parlare) alla parte più debole della società. Ai più bisognosi, agli svantaggiati. Ha maturato una visione del bene comune per cui se non si riesce a stare tutti almeno decentemente non potrà stare bene nessuno. Nel ventunesimo secolo, con la progressiva scomparsa del ceto medio, la “parte più debole” della società torna ad essere una sterminata maggioranza. Operai, giovani disoccupati, famiglie, piccoli risparmiatori, artigiani e piccoli imprenditori: temono tutti; per il posto di lavoro che è a rischio o che non si trova, per la crisi che morde i redditi, per la concorrenza del grande capitale e il rischio di fallire. Questa grande fetta della società ha bisogno di risposte che oggi mancano.

La sinistra deve raccogliere la sfida e giocare la partita della clausola sociale. Deve fare suo questo messaggio e rivolgerlo alla società. È un messaggio che le appartiene, perché ha le sue parole. È un messaggio moderno, fresco e di respiro internazionale. È un messaggio di parte, e la sinistra, se smettesse di fare il gioco di chi sostiene “la fine delle ideologie”, saprebbe di essere una parte.

È scandaloso vedere quanto la sinistra abbia mancato totalmente questo tema. È deprimente vedere quanto partiti e sindacati si ostinino a curare i sintomi, senza vedere la causa. È patetico lo sciopero degli operai pugliesi che protestano perché il loro stabilimento sta per spostarsi in Thailandia. È triste e inutile. Sono tristi e inutili migliaia e migliaia di vertenze sindacali sui singoli casi di delocalizzazione, se non si propone e se non ci si batte per una proposta di cambiamento complessivo che sia fattibile, concreta e alternativa. Non serve a nulla negoziare con l’azienda e il governo una qualche forma di escamotage per tirare a campare ancora qualche anno. Pacchetti per la produttività, prepensionamenti, cassa integrazione in deroga e dettagli sulle turnazioni non potranno mai competere con l’enormità del dumping sociale realizzato nei paesi in via di sviluppo. Il problema è generale, la soluzione non può essere trovata “caso per caso”.

La sinistra deve intestarsi questa battaglia. Deve tornare a parlare di cambiamento, di bene comune, di progresso. Deve tornare a farlo con le parole del terzo millennio.

tecnico informaticoDeve uscire dalla gabbia in cui si è fatta chiudere; deve abbattere gli steccati falsamente ideologici che le hanno costruito intorno. Deve capire che il neo-laureato in cerca di primo impiego ha bisogno di lei come l’operaio in cassa integrazione. Che il tecnico informatico costretto ad aprirsi una partita IVA e a presentarsi come consulente è solamente un’altra vittima della precarizzazione del lavoro. Deve capire che il successo di un sindacato non si misura solo con il numero di iscritti o di partecipanti agli scioperi, ma guardando a quanto riesce a contribuire al benessere dei propri rappresentati. E della società nel suo complesso, se vogliamo.

 

La sinistra deve tornare a proporre un mondo migliore, e una strategia di intervento per raggiungerlo. Il mondo da cambiare, però, è quello di oggi. Con le sue regole, le sue complesse dinamiche e le sue parole. Siamo in grave ritardo: la clausola sociale doveva essere approvata già vent’anni fa. Riproporla ora deve diventare la battaglia della sinistra del terzo millennio. Una battaglia con cui, oggi, essa può tornare a “parlare al popolo”.

E la battaglia della sinistra del terzo millennio si combatte in Europa. E sarebbe la prima volta.

La prima battaglia dell’Europa avrebbe un contenuto dichiaratamente politico. Tratterebbe un tema decisivo per la vita dei cittadini europei; un tema divisivo, ma denso di significati etici, di visioni del mondo e di scelte valoriali. La Politica farebbe finalmente ingresso in Europa, e i cittadini europei sentirebbero di poter partecipare, di poter decidere. Di potersi schierare, di poter prendere una posizione su un tema che, per una volta, non è riservato agli “addetti ai lavori”. Che riguarda il nostro modo di voler stare nel mondo. La nostra identità, ciò che vogliamo difendere, ciò che vogliamo promuovere.

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La prima battaglia dell’Europa sarebbe una battaglia politica e identitaria. L’Europa ha dato tanto al mondo. Ha inventato il welfare state, lo stato sociale, il modo europeo di concepire il mercato, il capitalismo e la competizione. Nella sua carta d’identità l’Europa risulta ancora una economia sociale di mercato. Difendere questa identità e promuoverla con forza all’esterno sarebbe qualcosa di cui molti europei andrebbero fieri.

Una battaglia politica e identitaria sarebbe una boccata d’ossigeno per l’europeismo. Per continuare a lottare affinché questo continente non torni ad essere un coacervo di nazioni indipendenti e slegate tra loro, potenzialmente in conflitto come, in fin dei conti, è sempre stato. Per chi continua a credere nel progetto federale, nel sogno degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa dimostrerebbe di non essere solo un’agenzia regolativa o una confederazione tra banchieri, ma un soggetto politico democratico in grado di prendere le decisioni più importanti. E di proporle con forza e con successo al resto del mondo.

E, dimostrandolo ai suoi cittadini, li riporterebbe a sostenere questo progetto con convinzione. Li farebbe tornare a credere in una speranza tradita, ormai sepolta sotto le scartoffie dei tecnici e i regolamenti della BCE.

Dopo tanti errori l’Europa potrebbe davvero destarsi, e stavolta non di certo grazie a una moneta.

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E’ troppo tardi?

La proposta della clausola sociale non è una novità, nel dibattito politico internazionale.

Di condizionare l’apertura delle frontiere al rispetto dei diritti dei lavoratori si è parlato a lungo nei primi anni Novanta, quando si è siglato il NAFTA tra USA, Canada e Messico, e durante i negoziati per l’istituzione del WTO. A Seattle, nel 1999, quando esplose la protesta del movimento no global, ancora alcune delegazioni nazionali cercavano timidamente di aprire un tavolo su questo tema. Poi, più il nulla.
La questione è scomparsa dall’agenda.

Seattle 1999

Perché? L’opposizione delle grandi multinazionali e del capitale internazionale ha sicuramente condizionato i governi occidentali nel ritenere… diciamo “non prioritario” questo tema. Ma, più in generale, la questione non era ancora esplosa con tutta la sua gravità. I tempi non erano ancora maturi, forse. Non per l’opinione pubblica, almeno.

Negli anni Novanta le prospettive di un “mercato globale” sembravano un’affascinante suggestione, una prospettiva ancora tutta da venire. I dubbi di quegli studiosi che già preconizzavano l’avvento di una corsa al ribasso nei diritti dei lavoratori apparivano alla stregua di un tetro presagio su un futuro remoto. Il solito pessimismo dei disfattisti.

In fondo, lo stato sociale europeo sembrava ancora vivo e pimpante. La new economy, nel frattempo, aveva convinto il mondo occidentale che la crescita economica, grazie all’evoluzione tecnologica, poteva essere “infinita”. Il mito della società dei servizi si affacciava, promettendo un futuro in cui tutti si sarebbero occupati di finanza, customer satisfaction, intrattenimento, wellness e creatività. Di fronte a questa terra promessa, perché difendere degli anacronistici posti di lavoro nell’industria? Chi vorrebbe fare l’operaio quando può reinventarsi “consulente”? Lasciare le “basse” mansioni manuali ai paesi più arretrati appariva naturale, inevitabile e persino “giusto”.

mappa anni 80Il mondo era, allora, molto più piccolo di quello che è oggi. Le frontiere del mondo industrializzato comprendevano Stati Uniti, Canada, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Giappone e Australia, essenzialmente. Oltre, ovviamente, alle dinamiche economie dei più piccoli paesi europei. La stessa Spagna era ancora sulla via di una “europeizzazione” ancora in divenire. L’Est Europa era uscito da poco dall’oppressione sovietica, e si presentava quasi come un mucchio di macerie da ricostruire. Le “tigri” asiatiche erano ancora poche e piccole.

Il commercio internazionale era un affare tra Stati Uniti, Europa e Giappone, in pratica. I “BRIC” (Brasile, Russia, India e Cina) erano ancora confinati ai margini degli scambi mondiali. “Internazionalizzarsi”, vent’anni fa, voleva dire ancora “aprire una sede in Germania o in Francia”. Erano multinazionali americane (o europee) che si allargavano in Europa (o in America), a farlo. Qualche volta quelle giapponesi.

Il mondo era piccolo, ed era diverso. L’Italia era la quinta economia del mondo, e il suo PIL era tre volte quello cinese. Oggi è la nona, e la Cina (balzata al secondo e presto al primo posto) produce quattro volte quello che produciamo noi. Brasile e India, insieme, producevano poco più di un sesto del Giappone. Oggi arrivano quasi a tre quarti.

In quel contesto, il mondo era più “piccolo” e la globalizzazione poco più che un’affascinante teoria, nell’immaginario collettivo. L’opinione pubblica, allora, non poteva vedere i rischi provenienti dalla globalizzazione selvaggia come una minaccia reale. Non si aveva idea di quello che stava per succedere. Di conseguenza, l’opinione pubblica non era pronta a sostenere questa battaglia. I cittadini e i lavoratori occidentali non desideravano ancora di essere “protetti” da una clausola sociale. Non potevano farlo, perché non vedevano ancora l’imminente erosione del loro welfare state, dei loro salari e del destino industriale dei loro paesi.

La proposta di una clausola sociale era il frutto di una lungimirante preoccupazione di pochi illuminati intellettuali che, cantando fuori dal coro, cercavano di avvertire il mondo sui rischi che stavamo per affrontare. Essere “no-global”, negli anni Novanta, era considerato l’hobby un po’ fricchettone di quei giovani ideologizzati che desideravano emulare le gesta compiute dai loro padri durante il Sessantotto. Un po’ come rifiutarsi di mangiare da Mc Donald’s o di indossare le scarpe Nike, o come prendere a cuore il destino della foresta amazzonica. Un modo contemporaneo di essere “radical”.

Oggi la situazione è ben diversa, credo.
Oggi l’opinione pubblica è costretta a cambiare idea su questi temi.

Il ratto in breve

La crisi di questi ultimi anni è in parte una conseguenza del “lato oscuro” della globalizzazione dell’economia. La stagnazione delle economie europee e la loro fragilità di fronte agli attacchi della speculazione internazionale sono strettamente legate al fenomeno del dumping sociale e alla delocalizzazione massiccia delle attività produttive verso i paesi in via di sviluppo, dove i lavoratori sono privi di diritti e percepiscono salari da fame.

Sfruttamento minoriLe conquiste tecnologiche degli ultimi decenni hanno offerto al capitale internazionale la possibilità di liberarsi da ogni vincolo territoriale. Tutto ciò ha prodotto sì una crescita complessiva dell’economia mondiale, ma una crescita iniqua e squilibrata. Per inseguire ricchezza e produzione stiamo aggredendo un patrimonio di conquiste sociali costruito nei secoli. Per inseguire i “numeri” stiamo sacrificando i diritti. Per inseguire la crescita stiamo pregiudicando il progresso.

I sistemi economici nazionali, in tutto il mondo, sono stati costretti a “competere” per attrarre la massa di capitali ormai globalizzati, transnazionalizzati. Per attrarre gli investimenti esteri ciascun paese ha dovuto rendersi iper-competitivo e iper-produttivo. La forza-lavoro doveva essere mansueta, per nulla incline al conflitto. I diritti dei lavoratori dovevano essere contenuti, limitati, se possibile ridotti. Perché è meglio un lavoro sottopagato, precario e insicuro che nessun lavoro.

Si è innescata la corsa al ribasso. La pressione delle economie emergenti è divenuta insostenibile. Il dumping sociale esercitato da questi sistemi economici in via di sviluppo ha avuto l’effetto di trasferire una quantità mastodontica di capitali dall’Occidente industrializzato ai paesi di recente industrializzazione. Il caso cinese è solo il più clamoroso. Intere regioni del globo, in particolare nel Sud-Est asiatico, in America Latina e ormai anche in buona parte dell’Africa, sono diventate la meta prediletta degli investimenti industriali. Se questi investimenti avessero portato sviluppo e benessere alle popolazioni, nessun problema. Finalmente un’occasione di riscatto per il “Sud del mondo”. Ma lo sviluppo e il benessere restano ancora un miraggio, per quei popoli. La volatilità del capitale internazionale, che tiene sempre le valigie pronte per spostarsi in un’isola più felice, tiene i paesi (teoricamente) emergenti in una sorta di “trappola da sottosviluppo”. Il capitale ha ragione di restare finché il paese è sottosviluppato. Se il paese si avvia sulla lunga strada del progresso sociale, restare non conviene più. Meglio chiudere gli stabilimenti e spostarsi dove la miseria è più grande. Dove la gente è più disperata, più disposta a tutto pur di avere un lavoro.

E mentre la globalizzazione selvaggia non portava un autentico progresso per la maggior parte dei paesi asiatici, africani e latino-americani, condannati a restare perennemente “in via di sviluppo”, l’Occidente veniva depredato. Migliaia e migliaia di aziende delocalizzavano, per ridurre i costi. E chi restava subiva la concorrenza di chi era andato via. Ma per resistere a quella concorrenza (e forse approfittandone) “chiedeva” collaborazione e comprensione ai propri lavoratori: dovete essere più flessibili, più competitivi, meno sindacalizzati, meno costosi, meno tutelati. Dovete lavorare di più e guadagnare di meno. La corsa al ribasso spingeva l’Occidente a mettere in dubbio le sue conquiste. A ritenere il suo welfare “troppo generoso”. A frenare la macchina del progresso sociale e a innestare la retromarcia.

crisi finanziariaLe conseguenze di tutto ciò sono sotto i nostri occhi, oggi. L’Europa ha smesso di crescere, e i debiti sono diventati insostenibili. È bastata una “qualsiasi” crisi finanziaria per causare una catastrofe senza precedenti. La crisi del debito è esplosa a causa della crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti, ma i suoi presupposti covavano nel silenzio da tempo. Un continente con un’emorragia industriale di durata ormai ventennale, rapito dal mito infondato della “società dei servizi”, non poteva resistere a lungo. La crisi è arrivata e non sembra ancora fermarsi. Perché non sono state rimosse le sue vere cause.

Il modello di sviluppo dell’Occidente non può prescindere dalla produzione industriale. La competizione delle economie emergenti è micidiale. A parità di regole, a parità di diritti, il capitale potrebbe cercare legittimamente la sua allocazione ideale per ottimizzare i processi produttivi. Ma se la competizione è fatta sulle regole e sui diritti è la competizione stessa ad essere sleale.

E va fermata.

Favorevoli e contrari

Chi è contrario ad una clausola sociale nell’ordinamento del WTO, e perché?

A parole, qualunque governo è pronto a dichiararsi fortemente impegnato nel garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori e nel promuovere il benessere delle loro popolazioni. A parole, l’opposizione alla clausola sociale è argomentata sulla base della libertà del commercio: la proposta di riformare il WTO e avviare una graduale armonizzazione internazionale del diritto del lavoro è vista come fumo negli occhi dai governi dei paesi in via di sviluppo. Un’indebita ingerenza nelle loro questioni politiche interne.

Ora, che questi governi difendano la loro autonomia nel fare dumping è ovvio. Ma che l’Occidente non abbia portato avanti questa battaglia è assolutamente inconcepibile. Nelle negoziazioni al WTO, negli anni Novanta, questo tema è scivolato in sordina nel tepore indifferente della maggior parte dei governi europei e nordamericani. In parte gli USA, in parte Francia, Olanda, Danimarca e Norvegia spinsero per aprire un tavolo sulla questione dei diritti dei lavoratori nel nuovo contesto del commercio globalizzato. Ma più che una battaglia, fu una schermaglia negoziale. Una volta che l’Egitto o il Bangladesh hanno fatto la voce grossa, la proposta è stata mestamente ritirata.

No globalOra, con tutto il rispetto per Egitto e Bangladesh, è mai possibile? È ragionevole che le più grande potenze economiche e industriali e i più grandi mercati del mondo, Unione Europea e Stati Uniti, non riescano a difendere e a far approvare le proprie riforme a causa dell’opposizione dei paesi in via di sviluppo? La letteratura scientifica sulla globalizzazione, ma anche il semplice buon senso, suggeriscono che solitamente avviene il contrario. Il luogo comune vuole che le “ingiustizie” della globalizzazione derivino dallo sfruttamento neo-imperialista del Sud del mondo da parte dell’Occidente. Non l’opposto!

Il punto è che, soprattutto all’interno del blocco occidentale (e all’interno di ciascun paese occidentale), la vera partita si gioca, ancora una volta, tra capitale e lavoro. Il capitale ha acquisito, negli ultimi decenni, la possibilità tecnica di spostarsi indifferentemente attraverso le frontiere. Quella exit option (di cui ho parlato qui), di cui dispone il capitale ma non il lavoro. Il rapporto di forza tra questi due fattori è stato quindi fortemente alterato, negli ultimi decenni, a favore del capitale.

Il capitale, la grande industria occidentale, ha aumentato il suo potere contrattuale e se ne sta ampiamente avvantaggiando. Delocalizza e, quando non lo fa, sfrutta la pressione del dumping sociale per aggredire il patrimonio di conquiste sindacali accumulato in due secoli di lotte. E spinge, ovviamente, per poter continuare a farlo. Perché il regime del commercio internazionale rimanga invariato e non tocchi la delicata questione dei diritti dei lavoratori.

Una clausola sociale nell’ordinamento del WTO sarebbe un pugno nello stomaco per le grandi imprese multinazionali e transnazionali. Non potrebbero più approfittare del sottosviluppo di molti, troppi paesi del mondo.

Produci-consuma

La clausola sociale non è un gioco “a somma zero”. Avrebbe dei vinti e dei vincitori. Ma vinti e vincitori non vanno cercati tra i governi nazionali, tra i paesi industrializzati o quelli in via di sviluppo. Non è questa la frattura rilevante. Vinti e vincitori vanno cercati, all’interno delle frontiere nazionali, tra i lavoratori e le grandi multinazionali, tra il capitale e il lavoro. E ancora, tra le imprese, tra quelle che delocalizzano e quelle che restano (nell’Occidente industrializzato), tra la grande multinazionale straniera e il piccolo imprenditore locale che cerca di affermarsi (nelle economie emergenti).

La clausola sociale altro non farebbe che riequilibrare il vantaggio acquisito dal grande capitale internazionale rispetto ai lavoratori e alle piccole e medie imprese radicate sul territorio.

Ecco perché non è stata ancora approvata.

Per una globalizzazione dei diritti

L’Occidente industrializzato, e in primis l’Unione Europea, devono proteggere la nostra concezione dei diritti e del welfare dal dumping sociale e dalla corsa al ribasso. Dal lato oscuro della globalizzazione economica, che fa sì che la logica del profitto a tutti i costi determini effetti devastanti per l’intera società.

schiaviÈ questo meccanismo, che deve essere spezzato. Il commercio internazionale non può incentivare lo sfruttamento dei lavoratori. Non può innescare una gara a chi maltratta di più la dignità del lavoro. Il regime del commercio internazionale deve essere riformato per impedire che il non rispetto dei diritti fondamentali del lavoro rappresenti una fonte di vantaggio competitivo.

Fuori da questo meccanismo perverso, le economie emergenti potranno trasformare, nel tempo, una crescita economica forse più lenta in autentico sviluppo sociale. L’Occidente e l’Europa si libereranno dalla morsa di una concorrenza spietata e sleale, perché delocalizzare non sarà più necessariamente un vantaggio, per le nostre imprese. O meglio: se delocalizzare sarà un vantaggio dipenderà da fattori economici genuini, e non dalla possibilità di risparmiare sfruttando lavoratori non tutelati e senza diritti.

Welfare e diritti saranno al sicuro quando la corsa al ribasso verrà interrotta. E l’unico modo per interrompere questa corsa è annullarne i presupposti. Nel prestigioso club del commercio internazionale deve sedere solamente chi rispetta i diritti dei lavoratori. Almeno quelli fondamentali. Chi non arriva almeno ad un livello minimo di decenza resta fuori.

Se il commercio internazionale resterà invece aperto indiscriminatamente a tutto il mondo i governi continueranno a farsi del male, facendo dumping sociale e giocando al ribasso. Occorre condizionare la partecipazione al “club” al rispetto dei diritti essenziali del lavoro, in vista di una loro progressiva armonizzazione globale.

WTO-logoPer interrompere questo meccanismo perverso occorre riformare l’ordinamento del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. È una riforma relativamente semplice: i principi del libero commercio, cui si ispira il WTO, verrebbero condizionati da una “clausola” di tipo sociale. Si commercia liberamente solo se si garantisce un livello minimo di tutela dei lavoratori. Se un paese non offre queste garanzie, gli altri paesi non sono tenuti ad aprire le frontiere alle sue merci. Le frontiere si aprono (ed è certamente un bene che stiano aperte) ai prodotti provenienti da quei paesi dove il lavoro è (sufficientemente) tutelato.

Di fatto l’Occidente potrebbe chiudere le sue frontiere a buona parte delle cosiddette economie emergenti, facendo venir meno la ragione stessa per cui le imprese (occidentali) delocalizzano. Se è la possibilità di fare dumping sociale la vera molla della delocalizzazione, rendere quella possibilità insensata eliminerebbe il fenomeno alla radice. Le multinazionali potrebbero benissimo continuare a produrre in quei paesi e continuare a sfruttarne i lavoratori, ma non potrebbero più vendere i loro prodotti nei ricchi mercati d’Occidente. Una prospettiva che di fatto arresterebbe la fuga dall’Occidente di tante risorse, di tanti investimenti, di tante imprese.

Il regime internazionale di libero scambio diventerebbe allora quel “club” riservato ai soli paesi virtuosi, da un punto di vista sociale. Gli investimenti delle multinazionali e le delocalizzazioni avrebbero ancora un senso, ma solo se circoscritti a questo club. E c’è da stare certi che all’entrata del club si creerebbe la fila: molti paesi in via di sviluppo, costretti dalla clausola sociale, si precipiterebbero ad adottare riforme virtuose del diritto del lavoro e a garantire le giuste tutele ai loro cittadini e lavoratori. I diritti dei lavoratori verrebbero riconosciuti e tutelati in molti più paesi, semplicemente perché non sarebbe più conveniente non farlo. Semplicemente perché stare nel club è interesse di tutti.

Di fatto, la clausola sociale avrebbe l’effetto di promuovere in tutto il mondo l’innalzamento del diritto del lavoro agli standard occidentali. Che, a quel punto, non sarebbero più “un lusso che non possiamo più permetterci” ma, semplicemente, la normalità.

Il commercio internazionale continuerebbe ad essere libero e aperto, ma la globalizzazione economica sarebbe finalmente accompagnata da una, ormai indispensabile, “globalizzazione dei diritti”.

Può esistere un’Europa di sinistra?

L’Europa deve unirsi politicamente e affrontare una battaglia globale per la sua sopravvivenza. Per la sua sopravvivenza industriale, messa in pericolo dal dumping sociale.

 Ma chi, in Europa, deve guidare questa lotta? Chi deve intestarsi la battaglia per la difesa del welfare, dei diritti e delle tutele dei lavoratori? Mi sembra evidente: questa Europa nasce a sinistra. Diritti e tutele dei lavoratori, così come il welfare state nel suo complesso, devono essere difesi da quella parte politica che, nella storia, è stata protagonista della loro affermazione.

Bandiera ue con stelle rosse

La sinistra, in Italia e in Europa, ha smesso da tempo di parlare al cuore dei lavoratori. Ha messo da parte le sue ideologie, perché non andavano più di moda. Ha tentato in ogni modo di “sdoganarsi” per essere accettata come una credibile forza di governo, che è alternativa ai conservatori proprio perché non è troppo alternativa. Perché accetta il sistema e non cerca più di cambiarlo radicalmente. Una sinistra responsabile, istituzionale, governativa. Che non lotta più per il progresso sociale. Una sinistra che, più della destra, non propone il cambiamento perché afferma, più della destra, che l’Europa non ce lo permette. Una sinistra che non cerca neanche più di cambiarla, l’Europa.

L’Europa e la sinistra soffrono dello stesso male: crisi da astinenza dalla politica. L’Europa, come ho detto qui, è stata “neutralizzata” politicamente: non è di destra né di sinistra. È un processo incrementale di integrazione settorial-funzionale. Uno spasso.

La sinistra, dal canto suo, sta ancora cercando una sua ragion d’essere nell’era post-ideologica. Continua a chiamarsi sinistra perché continua a sedersi in quella metà del parlamento, ma fondamentalmente si candida ad amministrare l’esistente senza troppi distinguo dalla destra. Ma, come ho già scritto qui, la destra è coerente con se stessa quando cerca di convincerci che le ideologie siano un retaggio del passato. Realizza un piano (ideologico) ben preciso: evitare il conflitto radicale e impedire l’esistenza di visioni alternative della società, dell’economia e della politica. Difende lo status quo, in breve. Cosa c’è di più ideologicamente conservatore di questo? La sinistra è finora caduta in questo tranello: il desiderio di sdoganarsi per il suo passato marxista l’ha spinta ad accettare una resa senza condizioni, quando “la storia è finita” (parafrasando Francis Fukuyama). Ha smesso di essere messaggio, cambiamento e alternativa. Ha smesso di essere se stessa.

La sinistra avrebbe oggi dannatamente bisogno di intestarsi una battaglia che sia dalla parte dei lavoratori. Una battaglia che parli al loro cuore e alla loro mente, facendo loro sentire che c’è (ancora) qualcuno che è dalla loro parte. Una battaglia che sia simbolica e identitaria, ma al tempo stesso estremamente pragmatica e concreta. Una battaglia che parli di diritti, di dignità e di emancipazione, ma che si proponga di difendere i posti di lavoro e i salari. Una battaglia dalla parte di chi è in difficoltà, una battaglia di parte, ma che miri a raggiungere il bene comune, il progresso di tutta la società.

bandiera rossa

La sinistra avrebbe dannatamente bisogno di combattere una battaglia che sia fondata nelle sue radici di equità e solidarietà, coerente con la sua visione del bene comune ma che non sia un’anacronistica riproposizione dei temi del passato. L’era della globalizzazione economica pone opportunità e problematiche nuove, che vanno colte e risolte con strumenti nuovi, figli anch’essi del tempo che viviamo.
Radici e attualità devono coniugarsi nella battaglia di una sinistra che vuole essere radicata, radicale e attuale.

La sinistra ha bisogno di una battaglia da combattere, l’Europa ha bisogno di qualcuno che combatta la sua battaglia. Una sinistra europea deve essere la protagonista di questa battaglia.

La battaglia della sinistra europea del terzo millennio deve mirare a correggere le fondamentali storture del regime economico internazionale. Deve fare in modo che la globalizzazione sia un’opportunità, e non un problema. Deve evitare che la sfrenata competizione globale si realizzi attraverso il dumping sociale. Deve impedire che la corsa al ribasso porti al massacro delle conquiste sociali dell’Occidente, dei diritti dei lavoratori e del welfare state. Deve far sì che l’Europa non si trasformi in un deserto industriale, ma che continui a produrre e a crescere e a diffondere il benessere in modo equo, solidale e produttivo. Deve evitare che l’Europa si impoverisca fino a non poter sostenere i suoi debiti, andando in crisi non appena una recessione internazionale mette in evidenza i problemi strutturali accumulati nei decenni. Deve impedire che si verifichi una crisi del debito sovrano come quella che stiamo vivendo in questi anni, e che questa a sua volta inneschi la recessione economica e porti di fatto alla sospensione della democrazia, annacquando ancor di più destra, sinistra e tecnici.

Così  Europa e sinistra potranno ritrovarsi.

Quando c’era l’Europa

L’Europa, un tempo progetto e ideale di unità politica, si è condannata ad un destino da semplice organizzazione economica regionale.

Altiero SpinelliDov’è che il sogno si è interrotto? Quand’è che le idee di Altiero Spinelli sono diventate un anacronistico lascito della storia?

L’integrazione, avanzatissima in campo economico, non si è estesa all’ambito politico per le resistenze dei governi nazionali, gelosi delle loro prerogative. L’Unione non si è “democratizzata”: chi di noi può ritenere che, di fatto, le delibere delle istituzioni europee siano frutto di un dibattito trasparente e rispettoso dei punti di vista dell’opinione pubblica?

Esiste una opinione pubblica europea?

Esistono dei veri partiti o dei movimenti europei?

Esiste una società europea?

Gli affari dell’Europa sono rimasti di competenza di una ristretta élite transnazionale, che parla le lingue e si muove giornalmente nei grandi aeroporti di Londra, Parigi e Berlino. I cittadini apprendono distrattamente cosa fa l’Europa da un articolo sul giornale o da un servizio al tiggì ogni tanto. Le elezioni europee sono tutto fuorché momenti in cui si dibatte e decide il destino dell’Unione Europea.

L’Europa non appassiona. Non è seguita, non si fa seguire. Perché è stata, in un certo senso, “neutralizzata” dal punto di vista politico. Le misure europee non sono né di destra né di sinistra, nell’opinione comune. Sono scelte tecniche. Vengono valutate per la loro efficacia ed efficienza, semmai, ma non per la loro equità o giustizia. Al contempo, però, ci sentiamo dire che i governi nazionali hanno “le mani legate” e non possono prendere delle decisioni drastiche o radicali perché ci sono i “vincoli” europei. Cioè: la libertà d’azione politica è limitata da un sistema di vincoli che non è politico.

Stati Uniti d'Europa

E invece è proprio l’Europa, che dovrebbe essere politica! Nell’era della globalizzazione nessun paese europeo, nemmeno la Germania, può essere davvero influente sullo scenario mondiale. Le leggi e i governi nazionali dei paesi europei non possono alterare i processi globali in corso. Solo a livello continentale un’Europa unita può contare qualcosa, governare se stessa e contribuire al governo del pianeta. Ma governare significa prendere decisioni, anche drastiche e radicali, quando occorre.

Governare significa scegliere politicamente dove condurre la barca. E se l’Europa non è unita e non è politica non governa e si lascia trasportare dalla corrente.

E oggi, questa Europa politicamente unita è chiamata a combattere una battaglia epocale per difendere il suo modo di stare al mondo. Deve scegliere se farlo, e così facendo trovare una ragion d’essere (unita) che vada oltre l’euro e i piani di salvataggio della BCE.

Oppure non combattere e sacrificare se stessa sull’altare della competitività internazionale.

Perché crescita e progresso non vanno a braccetto

Il dumping sociale (di cui ho parlato qui) va a vantaggio esclusivamente del capitale internazionale. Delle grandi imprese, multinazionali e transnazionali, che possono disinvoltamente cogliere le opportunità offerte dalla corsa al ribasso.

P90048510Lo dicono i numeri. Lo dice la logica. Lo dice la realtà. Il ceto medio, in Occidente, sta scomparendo. Ma il ceto medio non sta emergendo nei paesi in via di sviluppo. Si dice che in Cina la BMW venda più modelli della sua Serie 7 (destinata alla fascia alta) che della Serie 3 (destinata al ceto medio). Perché in Cina un ceto medio, in pratica, non esiste.

La crescita prodotta dagli investimenti occidentali è molto diseguale. Niente a che vedere con la diffusione del benessere che gli Stati Uniti e l’Europa hanno conosciuto nella seconda metà del Novecento.

MANIFESTAZIONE SCIOPERO DEGLI OPERAI PIRELLI BICOCCA ANNO 1969Nelle democrazie avanzate d’Occidente la crescita si è trasformata in benessere collettivo, diffuso. Grazie ad una storia che ha visto per protagonisti i partiti progressisti, i sindacati e il welfare state. Nelle economie emergenti questa storia non si sta ripetendo. Lì il capitale internazionale riesce a creare crescita senza benessere diffuso. È la nuova frontiera del turbo-capitalismo globale.

La globalizzazione economica e il dumping sociale alterano il già delicato rapporto tra capitale e lavoro, spostandolo sul piano internazionale. Capitale e lavoro non si muovono con la stessa facilità attraverso le frontiere. Un’impresa apre e chiude i suoi stabilimenti in giro per il pianeta con molta facilità, aiutata dagli incentivi e dai sussidi governativi. I lavoratori, le persone non si spostano attraverso i continenti con la stessa semplicità.

Lo sviluppo sociale dell’Occidente, iniziato con la rivoluzione industriale circa due secoli fa, vedeva capitale e lavoro condividere un interesse comune. Pur contrapposti per molti aspetti, erano uniti da qualcosa che li “costringeva” a cercare una convivenza: entrambi vivevano e agivano sullo stesso territorio. E hanno dovuto trovare il modo di coesistere senza che l’uno affamasse l’altro e senza che l’altro minacciasse una rivoluzione totale.

La globalizzazione, in questo equilibrio, altera il potere negoziale delle due parti. Tecnologie moderne e dazi ridotti al lumicino conferiscono al capitale una exit option: la possibilità di delocalizzare. I lavoratori, se non vogliono perdere il posto, è meglio che la smettano di rivendicare diritti e chiedere salari migliori, e anzi inizino ad accettare l’idea che le conquiste del passato vanno messe in discussione. Il posto fisso? Non va più di moda. Una pensione dignitosa? Un lusso che non possiamo permetterci. Ferie, maternità e malattie? Abbassano la produttività. Il lavoro non ha una exit option, e deve adeguarsi. Il dumping sociale sta realizzando un’autentica contro-riforma del progresso sociale: un’epocale redistribuzione di benessere che coinvolge diritti, salari e profitti e che va dal lavoro al capitale.

I paesi di recente industrializzazione, in questo contesto, non potranno replicare l’esperienza del progresso sociale realizzato nei secoli in Occidente. Anche per altre due ragioni.

Innanzitutto, per una ragione “filosofica”: la storia non si ripete mai uguale a se stessa. Il percorso che ha portato al progresso sociale dell’Occidente si colloca in un preciso contesto storico, economico e politico. Le sue dinamiche, i suoi protagonisti, le ideologie, le battaglie e le vicende attraverso cui si è sviluppato non potranno ripetersi oggi. La “minaccia” di una rivoluzione popolare e di una “dittatura del proletariato” non è più, oggi, storicamente credibile.

L’altro motivo ha natura storico-politica. Insieme ai movimenti operai e al pensiero socialista, a partire dall’Ottocento, si sono affermate anche le dottrine liberal-democratiche. Anche questa vicenda storica è propria dell’Occidente. Alcuni dei paesi di recente industrializzazione hanno importato il modello occidentale di democrazia liberale, ma molti hanno instaurato dei regimi autoritari in cui il ruolo del governo e del partito al potere è centrale e non conosce limitazioni. L’assenza di una società civile libera, aperta e strutturata costituisce un ostacolo formidabile all’avanzamento dei diritti sociali e del lavoro. Concedere la libertà di associazione sindacale ai lavoratori, ad esempio, costituirebbe un rischio insostenibile per un sistema politico a partito unico, come quello cinese, che non riconosce la libertà di associazione tout court ai suoi cittadini. Scioperi e manifestazioni sarebbero, ovviamente, impossibili.

sciopero

Per tutte queste ragioni la storia del progresso sociale che ha conosciuto l’Occidente difficilmente potrà ripetersi oggi, due secoli dopo, nel resto del mondo. Le economie “emergenti” continueranno a crescere senza un autentico sviluppo, facendosi concorrenza tra loro e lasciandosi trascinare dagli investimenti stranieri, attratti dal costo irrisorio di una manodopera senza diritti, senza protezione e, quindi, iper-sfruttata. Come avviene nelle centinaia di export-processing zones sorte negli ultimi decenni in questi paesi. Dalle maquiladoras messicane alle fabbriche-città cinesi. Aree industriali dove si producono le griffes dell’Occidente. Porzioni di territorio dove le normative sul lavoro (già molto deboli) vengono ulteriormente derogate e ridotte. Simulacri delle nuove schiavitù.

La speranza che la crescita industriale debba necessariamente tradursi in progresso sociale, purtroppo, è destinata a rimanere frustrata.

Il dumping sociale: l’Occidente sotto scacco

Cos’è il dumping sociale? Una delle catastrofi innescate dalla globalizzazione.

Le economie nazionali sono in competizione tra loro per attrarre gli investimenti internazionali. Il dumping sociale è la concorrenza sleale che, in questa competizione, i paesi emergenti esercitano nei confronti delle economie avanzate, attraverso leggi e normative nazionali che tutelano meno i propri lavoratori e che, quindi, abbattono i costi per le aziende.

Alla base di questo processo c’è la libertà di movimento del capitale internazionale. Le aziende muovono investimenti (e posti di lavoro) e attività produttive attraverso le frontiere alla ricerca condizioni più vantaggiose. I governi nazionali cercano in tutti i modi di rendere il proprio paese il più appetibile possibile, anche riducendo (o a mantenendo estremamente basse) le tutele dei propri lavoratori.

Operaie cinesi 2

È una “lotta per il prodotto mondiale”, come l’ha definita l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt.

Il dumping sociale è “sleale” perché gioca con regole differenti: il capitale viaggia internazionalmente, mentre le normative sul lavoro restano nazionali. E la concorrenza si realizza sulle spalle dei lavoratori, sui loro salari e sui loro diritti. Salari e diritti che vengono sacrificati pur di attrarre investimenti internazionali e posti di lavoro. Una “corsa al ribasso” che sacrifica la dignità per (sperare di) mantenere il lavoro.

È una logica perversa che la sta facendo da padrona sia nel ricco Occidente sia nei paesi in via di sviluppo.

Nei primi, mantenere in vita quel patrimonio di diritti e tutele conquistato negli ultimi due secoli significa perdere competitività a livello internazionale. Le imprese che possono delocalizzano (come ho scritto qui), e quelle che restano hanno il loro bel da fare a reggere alla concorrenza di chi produce pagando gli operai venti o trenta volte di meno.

Nei secondi, la totale dipendenza dagli investimenti stranieri costringe a stroncare sul nascere qualsiasi ipotesi di autentico sviluppo, di diffusione del benessere, di progresso sociale. La crescita economica folgorante è dopata dall’afflusso di capitali stranieri, rapidi a cogliere l’opportunità del profitto ma per nulla interessati a stimolare un sano processo di sviluppo locale. Ma di questo ne parlerò in un altro post.

Per quanto riguarda l’Occidente, la scelta è netta: o abbassiamo le nostre tutele e i nostri diritti, inseguendo la competitività al ribasso che ci impongono i paesi emergenti, o ci rassegniamo a veder sparire l’industria manifatturiera dai nostri paesi. Puntare sulle competenze, sulle eccellenze, sul “fare sistema” o stereotipi simili sarebbe solo un palliativo. Intendiamoci: va sicuramente fatto. Ma cosa faremo quando a livelli di eccellenza e a competenze di primo livello saranno arrivati anche operai, tecnici e ingegneri indiani, cinesi e – perché no – somali e congolesi? Molti di questi paesi investono più di noi in ricerca, istruzione e formazione avanzata, e le università asiatiche scalano ormai da tempo le classifiche dei migliori atenei del mondo. Spa lussoE poi, può vivere un intero continente industrializzato come l’Europa (ma il discorso vale anche per gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia) di sole eccellenze? Il manifatturiero di qualità per le nicchie di mercato potrà occupare una quota limitata di lavoratori. Il mito della società dei servizi, in cui ci si occupa solo di credito e assicurazioni, intrattenimenti e cura della persona, d’altronde, non può reggere proprio perché il ceto medio sta scivolando verso il basso, piuttosto che rimpolpare la domanda di beni e servizi di qualità.

 

Il dumping sociale è la faccia perversa della globalizzazione. L’esplosione dei tassi di disoccupazione, la stagnazione dei salari e il dirottamento degli investimenti verso le economie emergenti descrivono un quadro ben preciso: l’Occidente sta smettendo di produrre. Sta diventando una terra dove si consumano beni prodotti altrove. Le società occidentali si stanno spaccando in due: da un lato i pochissimi che traggono profitto da questa situazione, dall’altro la massa di coloro il cui stare bene, il cui benestare non è più necessario. La massa che deve semplicemente guadagnare quel minimo per poter consumare, e far continuare a girare la giostra. Il ceto medio, la conquista occidentale del Novecento, sta scomparendo.

I “perdenti” dell’attuale situazione non sono solo gli operai, i piccoli artigiani e le medie aziende. A rimetterci è l’intera società. Perché i salari che ristagnano, il lavoro che manca e le prospettive frustrate di un’intera generazione tolgono linfa vitale a tutto il sistema. La spina dorsale del sistema economico viene giù, se l’Occidente si deindustrializza. E un sistema in difficoltà, come abbiamo imparato in questi ultimi anni sulla nostra pelle, è facile preda della speculazione internazionale.

La speculazione attacca, il welfare è sotto accusa, i diritti retrocedono, l’economia reale ristagna e recede. Non è un affare che riguarda solo gli operai della Fiat o i piccoli imprenditori del Nord-Est. È tutta l’Italia, tutta l’Europa, tutto l’Occidente che rischia il collasso.