La scomparsa dell’industria europea

L’Europa si sta de-industrializzando. Le fabbriche chiudono i battenti e portano la produzione altrove, dove costa meno: nell’Europa dell’Est, nelle economie emergenti dell’Asia e dell’America Latina. Un giorno toccherà forse all’Africa.

Operai

È una vera e propria contro-rivoluzione industriale, con conseguenze tragiche per l’occupazione, per la crescita economica e quindi per la sostenibilità del debito, come ho scritto qui.

Gli “operai” sono passati da un terzo a un quarto del totale dei lavoratori europei negli ultimi venti anni. Solo in Italia si sono persi più di due milioni di posti di lavoro nel manifatturiero in trent’anni. Tra il 1992 e il 2008 la Germania ha perso più di un quinto dei suoi occupati nel manifatturiero (oltre due milioni di posti di lavoro in meno). Nel manifatturiero francese ci sono circa 600 mila posti in meno; in Belgio se ne sono persi 130 mila (il 16%); altrettanti nei Paesi Bassi (il 12%); in Portogallo 85 mila (quasi il 10%); in Danimarca 80 mila (il 15%). Nel Regno Unito un milione e 700 mila posti di lavoro nel manifatturiero non esistono più. È una cifra sconvolgente, che corrisponde a più di un terzo del totale.

È la globalizzazione, bellezza. Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno drasticamente ridotto i costi di trasporto delle merci e delle persone e hanno abbattuto i costi di comunicazione in ogni angolo del globo. Il sistema di regole che governa il commercio internazionale si è adattato a queste nuove opportunità, realizzando un regime di libero scambio tra i paesi aderenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Questi mutamenti epocali nel campo tecnologico, giuridico ed economico hanno reso possibile ciò che prima non lo era: organizzare un ciclo produttivo aziendale su cinque continenti.

Le imprese, cioè, si liberano dai “vincoli” che le legano ad uno specifico territorio, ad uno specifico paese, e sono in grado di collocare le loro attività produttive e manageriali in qualsiasi luogo. Potendo spostare merci e capitali a bassissimo costo, e potendo comunicare in tempo reale con ogni divisione sparsa per il pianeta, l’azienda non ha più motivo di mantenere l’intero processo produttivo in un unico stabilimento. Può dividerlo e specializzarlo. Non solo: può scegliere di collocarlo dove preferisce, cioè dove è più conveniente.

Operaie cinesi1

L’azienda si svincola dal suo territorio. Le imprese non sono più, quindi, “nazionali“, ma diventano “multinazionali” e “transnazionali“. Producono, progettano, promuovono, commercializzano dove è più conveniente in base alla logica, ontologicamente primaria, del profitto aziendale. L’unico legame che l’impresa mantiene con il territorio è, banalmente, la vendita: ricchezza e consumi, misurate su base locale e nazionale, sono le variabili fondamentali che l’impresa deve tenere in considerazione quando decide di concepire, realizzare, promuovere e commercializzare un suo prodotto su un certo mercato.

Mercati, appunto. Non paesi. In Occidente si mantiene la rete di vendita, il top management o le funzioni a più alto valore aggiunto, come la progettazione, la ricerca e lo sviluppo. La produzione si sposta dove costa meno.

È il treno della globalizzazione. Un treno ad altissima velocità. E noi lo stiamo prendendo dritto dritto in faccia.

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6 pensieri su “La scomparsa dell’industria europea

  1. Ma quei posti di lavoro sono spariti e basta, o sono tornati in altri settori? Quei lavoratori si sono impoveriti o arricchiti? Credo che neppure in Italia tutti quei lavoratori siano divenuti disoccupati.
    Senza queste informazioni, queste statistiche sono interessanti fino a un certo punto.
    Per carità, gli italiani si sono impoveriti, ma più degli altri — e se siamo più poveri della Germania la colpa non penso sia del terzo mondo.

    Nel mio altro intervento scrivevo:

    > Infatti, molti paesi sono stati contenti dell’apertura alla Cina, perché la loro ricchezza derivava da altri settori.

    Magari mi sbaglio, o magari i paesi sono contenti ma i lavoratori no, ma allora vorrei essere smentito.

    In concreto: sono convinto che FoxConn e Apple (ad esempio) sfruttano i lavoratori cinesi, e questo è chiaramente male.

    Ma se non fraintendo, tu stai cercando di convincerci che in aggiunta questo farebbe male anche agli Stati Uniti, e che casi analoghi facciano male alla Germania o al resto d’Europa. E può essere che hai ragione, ma ancora non trovo questa parte del tuo ragionamento convincente fino in fondo.

    Dopodiché, non è detto che la Germania soffra meno — qualcuno ritiene che soffra in modo diverso:

    http://edition.cnn.com/2013/09/18/world/europe/opinion-schelkle-germany-beggar-my-neighbor/index.html

    Ma quando un cameriere non specializzato guadagna 1300 / 1700 € netti + affitto (qui in Germania), faccio fatica a credere al discorso fino in fondo.

    1. Con scandaloso ritardo, provo a risponderti.

      Sì, il mio ragionamento è che questo processo (delocalizzazione e svuotamento dell’industria manifatturiera europea) sia deleterio per la società europea nel suo complesso. Italiana, tedesca… ciascuno con le sue importanti differenze, ma il trend è comune.

      Quei posti di lavoro che si perdono nei settori “tradizionali” a basso contenuto tecnologico (ad esempio il tessile) possono essere compensati (non “sostituiti”) da altri posti di lavoro in altri settori innovativi, ma:
      – nel complesso il bilancio è negativo;
      – i fenomeni non sono direttamente collegati (chi l’ha detto che settori tradizionali e innovativi siano “in competizione” tra loro? quei posti di lavoro potrebbero sommarsi gli uni agli altri…);
      – quei paesi che finora sono riusciti a gestire il processo senza entrare in crisi, o addirittura avvantaggiandosene, non è detto che continuino a farlo in futuro.

      Il punto è che l’innovazione tecnologica è una variabile esogena al processo su cui mi sto concentrando io.
      Una potenza industriale “completa” non può prescindere dai settori “tradizionali” (meccanica, tessile…). E in questi settori, come anche in quelli più innovativi, è in atto un processo di dumping sociale che penalizza i lavoratori sia in Occidente che nelle economie emergenti. Sono messe in competizione realtà normativamente, economicamente, sociologicamente, storicamente e culturalmente diverse. Realtà fatte di lavoratori, uomini e donne, intendo.

      Che i “paesi” siano entusiasti di questo processo ci sta benissimo. D’altronde, se una soluzione al problema non è stata trovata è perché gli stessi “paesi” non l’hanno cercata.
      Bisogna vedere, però, che cosa intendiamo per “paesi”: chi influenza le decisioni dei governi. Tu pensi che siano i lavoratori?

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