Per una globalizzazione dei diritti

L’Occidente industrializzato, e in primis l’Unione Europea, devono proteggere la nostra concezione dei diritti e del welfare dal dumping sociale e dalla corsa al ribasso. Dal lato oscuro della globalizzazione economica, che fa sì che la logica del profitto a tutti i costi determini effetti devastanti per l’intera società.

schiaviÈ questo meccanismo, che deve essere spezzato. Il commercio internazionale non può incentivare lo sfruttamento dei lavoratori. Non può innescare una gara a chi maltratta di più la dignità del lavoro. Il regime del commercio internazionale deve essere riformato per impedire che il non rispetto dei diritti fondamentali del lavoro rappresenti una fonte di vantaggio competitivo.

Fuori da questo meccanismo perverso, le economie emergenti potranno trasformare, nel tempo, una crescita economica forse più lenta in autentico sviluppo sociale. L’Occidente e l’Europa si libereranno dalla morsa di una concorrenza spietata e sleale, perché delocalizzare non sarà più necessariamente un vantaggio, per le nostre imprese. O meglio: se delocalizzare sarà un vantaggio dipenderà da fattori economici genuini, e non dalla possibilità di risparmiare sfruttando lavoratori non tutelati e senza diritti.

Welfare e diritti saranno al sicuro quando la corsa al ribasso verrà interrotta. E l’unico modo per interrompere questa corsa è annullarne i presupposti. Nel prestigioso club del commercio internazionale deve sedere solamente chi rispetta i diritti dei lavoratori. Almeno quelli fondamentali. Chi non arriva almeno ad un livello minimo di decenza resta fuori.

Se il commercio internazionale resterà invece aperto indiscriminatamente a tutto il mondo i governi continueranno a farsi del male, facendo dumping sociale e giocando al ribasso. Occorre condizionare la partecipazione al “club” al rispetto dei diritti essenziali del lavoro, in vista di una loro progressiva armonizzazione globale.

WTO-logoPer interrompere questo meccanismo perverso occorre riformare l’ordinamento del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. È una riforma relativamente semplice: i principi del libero commercio, cui si ispira il WTO, verrebbero condizionati da una “clausola” di tipo sociale. Si commercia liberamente solo se si garantisce un livello minimo di tutela dei lavoratori. Se un paese non offre queste garanzie, gli altri paesi non sono tenuti ad aprire le frontiere alle sue merci. Le frontiere si aprono (ed è certamente un bene che stiano aperte) ai prodotti provenienti da quei paesi dove il lavoro è (sufficientemente) tutelato.

Di fatto l’Occidente potrebbe chiudere le sue frontiere a buona parte delle cosiddette economie emergenti, facendo venir meno la ragione stessa per cui le imprese (occidentali) delocalizzano. Se è la possibilità di fare dumping sociale la vera molla della delocalizzazione, rendere quella possibilità insensata eliminerebbe il fenomeno alla radice. Le multinazionali potrebbero benissimo continuare a produrre in quei paesi e continuare a sfruttarne i lavoratori, ma non potrebbero più vendere i loro prodotti nei ricchi mercati d’Occidente. Una prospettiva che di fatto arresterebbe la fuga dall’Occidente di tante risorse, di tanti investimenti, di tante imprese.

Il regime internazionale di libero scambio diventerebbe allora quel “club” riservato ai soli paesi virtuosi, da un punto di vista sociale. Gli investimenti delle multinazionali e le delocalizzazioni avrebbero ancora un senso, ma solo se circoscritti a questo club. E c’è da stare certi che all’entrata del club si creerebbe la fila: molti paesi in via di sviluppo, costretti dalla clausola sociale, si precipiterebbero ad adottare riforme virtuose del diritto del lavoro e a garantire le giuste tutele ai loro cittadini e lavoratori. I diritti dei lavoratori verrebbero riconosciuti e tutelati in molti più paesi, semplicemente perché non sarebbe più conveniente non farlo. Semplicemente perché stare nel club è interesse di tutti.

Di fatto, la clausola sociale avrebbe l’effetto di promuovere in tutto il mondo l’innalzamento del diritto del lavoro agli standard occidentali. Che, a quel punto, non sarebbero più “un lusso che non possiamo più permetterci” ma, semplicemente, la normalità.

Il commercio internazionale continuerebbe ad essere libero e aperto, ma la globalizzazione economica sarebbe finalmente accompagnata da una, ormai indispensabile, “globalizzazione dei diritti”.

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5 pensieri su “Per una globalizzazione dei diritti

  1. Carissimo Dott. Scavo,

    mi volevi iscritto e commentante? Eccomi qua (finora sono stato iscritto e “leggente”).

    Inizio, ovviamente, con i complimenti di rito / captatio benevolentiae: bel blog, articoli molto ben scritti, chiari e diritti al punto, comprensibili anche per un povero “tecnico” come me (almeno secondo la deprimente definizione gentiliana cara alla scuola italiana).

    Gli ultimi due articoli mi sono piaciuti in modo particolare perche’ fanno esplicito riferimento a possibili soluzioni dei problemi discussi.
    In principio, questa riforma del commercio internazionale sembra l’uovo di colombo. Mi chiedevo, pero’, quanto sarebbe realisticamente fattibile: non ci sarebbero troppi interessi in senso contrario?
    Visto che il “club virtuoso” non esiste gia’, ma dovrebbe essere costituito da zero, chi potrebbe avere interesse a fondarlo o a entrarci, rinunciando per primo ai vantaggi (iniqui e odiosi, ma purtroppo pecunia non olet) del dumping sociale?

    Saluti orgogliosamente europeisti,
    Potsdam (ex DDR)
    Federico

    1. Egregio Dott. Spada,
      con inescusabile ritardo, eccomi a risponderle.

      Grazie per la captatio, anche se la mia benevolenza già l’avevi.

      Vengo al punto. E’ vero: la soluzione sembra tanto semplice. Tant’è che ci sono arrivato pure io. 🙂
      Il problema sta dunque nel farla “passare”, cioè nell’aggregare il necessario consenso affinché gli attori titolari del potere decisionale in materia (i governi dei paesi occidentali, fondamentalmente) ne facciano una loro proposta. La portino avanti e la “impongano”, se necessario.
      Sul perché ciò non è stato ancora fatto credo di aver risposto nel post successivo: https://ilrattodieuropa.wordpress.com/2014/04/22/favorevoli-e-contrari/

      E nell’ultimo, pubblicato ieri, sostengo che ora, nel 2014, a differenza di vent’anni fa, i tempi sono “maturi” (https://ilrattodieuropa.wordpress.com/2014/05/06/e-troppo-tardi/).

      Maturi per cosa? Per “costringere” i governi a sposare questa battaglia. Per costringere i governi a bilanciare il loro sostegno agli interessi della grande industria con la tutela dei lavoratori.

      E’ questa la battaglia che la nuova sinistra europea deve portare avanti. E’ una battaglia culturale, politica, ideologica ma estremamente pragmatica.
      Ma purtroppo non mi sembra che questa battaglia sia ancora iniziata.

      Restiamo comunque “orgogliosamente europeisti”!
      Un siculo abbraccio,

      Andrea

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