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La battaglia globale della nuova sinistra europea

La clausola sociale è una cosa di sinistra.

Due secoli fa, in Europa, i lavoratori si trovavano in condizioni anche peggiori di quelle in cui è costretta oggi la manodopera nelle economie emergenti. In questi due secoli, tanta strada è stata fatta. Oggi, per difendere le conquiste del progresso, occorre condividerle con il resto del mondo. È una questione di equità, di giustizia, di etica. Ma anche di sopravvivenza.

La battaglia per una globalizzazione “dal volto umano” è interesse di tutta la società in tutte le società. Ma non è una battaglia “bipartisan”. Questa è una storia che parla di diritti, di lavoro, di tutele e di benessere diffuso, di solidarietà e di giustizia distributiva, di bene comune, di equità e di progresso sociale. Questa è una storia di sinistra.

La sinistra ha sempre parlato (o avrebbe sempre dovuto parlare) alla parte più debole della società. Ai più bisognosi, agli svantaggiati. Ha maturato una visione del bene comune per cui se non si riesce a stare tutti almeno decentemente non potrà stare bene nessuno. Nel ventunesimo secolo, con la progressiva scomparsa del ceto medio, la “parte più debole” della società torna ad essere una sterminata maggioranza. Operai, giovani disoccupati, famiglie, piccoli risparmiatori, artigiani e piccoli imprenditori: temono tutti; per il posto di lavoro che è a rischio o che non si trova, per la crisi che morde i redditi, per la concorrenza del grande capitale e il rischio di fallire. Questa grande fetta della società ha bisogno di risposte che oggi mancano.

La sinistra deve raccogliere la sfida e giocare la partita della clausola sociale. Deve fare suo questo messaggio e rivolgerlo alla società. È un messaggio che le appartiene, perché ha le sue parole. È un messaggio moderno, fresco e di respiro internazionale. È un messaggio di parte, e la sinistra, se smettesse di fare il gioco di chi sostiene “la fine delle ideologie”, saprebbe di essere una parte.

È scandaloso vedere quanto la sinistra abbia mancato totalmente questo tema. È deprimente vedere quanto partiti e sindacati si ostinino a curare i sintomi, senza vedere la causa. È patetico lo sciopero degli operai pugliesi che protestano perché il loro stabilimento sta per spostarsi in Thailandia. È triste e inutile. Sono tristi e inutili migliaia e migliaia di vertenze sindacali sui singoli casi di delocalizzazione, se non si propone e se non ci si batte per una proposta di cambiamento complessivo che sia fattibile, concreta e alternativa. Non serve a nulla negoziare con l’azienda e il governo una qualche forma di escamotage per tirare a campare ancora qualche anno. Pacchetti per la produttività, prepensionamenti, cassa integrazione in deroga e dettagli sulle turnazioni non potranno mai competere con l’enormità del dumping sociale realizzato nei paesi in via di sviluppo. Il problema è generale, la soluzione non può essere trovata “caso per caso”.

La sinistra deve intestarsi questa battaglia. Deve tornare a parlare di cambiamento, di bene comune, di progresso. Deve tornare a farlo con le parole del terzo millennio.

tecnico informaticoDeve uscire dalla gabbia in cui si è fatta chiudere; deve abbattere gli steccati falsamente ideologici che le hanno costruito intorno. Deve capire che il neo-laureato in cerca di primo impiego ha bisogno di lei come l’operaio in cassa integrazione. Che il tecnico informatico costretto ad aprirsi una partita IVA e a presentarsi come consulente è solamente un’altra vittima della precarizzazione del lavoro. Deve capire che il successo di un sindacato non si misura solo con il numero di iscritti o di partecipanti agli scioperi, ma guardando a quanto riesce a contribuire al benessere dei propri rappresentati. E della società nel suo complesso, se vogliamo.

 

La sinistra deve tornare a proporre un mondo migliore, e una strategia di intervento per raggiungerlo. Il mondo da cambiare, però, è quello di oggi. Con le sue regole, le sue complesse dinamiche e le sue parole. Siamo in grave ritardo: la clausola sociale doveva essere approvata già vent’anni fa. Riproporla ora deve diventare la battaglia della sinistra del terzo millennio. Una battaglia con cui, oggi, essa può tornare a “parlare al popolo”.

E la battaglia della sinistra del terzo millennio si combatte in Europa. E sarebbe la prima volta.

La prima battaglia dell’Europa avrebbe un contenuto dichiaratamente politico. Tratterebbe un tema decisivo per la vita dei cittadini europei; un tema divisivo, ma denso di significati etici, di visioni del mondo e di scelte valoriali. La Politica farebbe finalmente ingresso in Europa, e i cittadini europei sentirebbero di poter partecipare, di poter decidere. Di potersi schierare, di poter prendere una posizione su un tema che, per una volta, non è riservato agli “addetti ai lavori”. Che riguarda il nostro modo di voler stare nel mondo. La nostra identità, ciò che vogliamo difendere, ciò che vogliamo promuovere.

omini ue

La prima battaglia dell’Europa sarebbe una battaglia politica e identitaria. L’Europa ha dato tanto al mondo. Ha inventato il welfare state, lo stato sociale, il modo europeo di concepire il mercato, il capitalismo e la competizione. Nella sua carta d’identità l’Europa risulta ancora una economia sociale di mercato. Difendere questa identità e promuoverla con forza all’esterno sarebbe qualcosa di cui molti europei andrebbero fieri.

Una battaglia politica e identitaria sarebbe una boccata d’ossigeno per l’europeismo. Per continuare a lottare affinché questo continente non torni ad essere un coacervo di nazioni indipendenti e slegate tra loro, potenzialmente in conflitto come, in fin dei conti, è sempre stato. Per chi continua a credere nel progetto federale, nel sogno degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa dimostrerebbe di non essere solo un’agenzia regolativa o una confederazione tra banchieri, ma un soggetto politico democratico in grado di prendere le decisioni più importanti. E di proporle con forza e con successo al resto del mondo.

E, dimostrandolo ai suoi cittadini, li riporterebbe a sostenere questo progetto con convinzione. Li farebbe tornare a credere in una speranza tradita, ormai sepolta sotto le scartoffie dei tecnici e i regolamenti della BCE.

Dopo tanti errori l’Europa potrebbe davvero destarsi, e stavolta non di certo grazie a una moneta.

Il ratto in breve

La crisi di questi ultimi anni è in parte una conseguenza del “lato oscuro” della globalizzazione dell’economia. La stagnazione delle economie europee e la loro fragilità di fronte agli attacchi della speculazione internazionale sono strettamente legate al fenomeno del dumping sociale e alla delocalizzazione massiccia delle attività produttive verso i paesi in via di sviluppo, dove i lavoratori sono privi di diritti e percepiscono salari da fame.

Sfruttamento minoriLe conquiste tecnologiche degli ultimi decenni hanno offerto al capitale internazionale la possibilità di liberarsi da ogni vincolo territoriale. Tutto ciò ha prodotto sì una crescita complessiva dell’economia mondiale, ma una crescita iniqua e squilibrata. Per inseguire ricchezza e produzione stiamo aggredendo un patrimonio di conquiste sociali costruito nei secoli. Per inseguire i “numeri” stiamo sacrificando i diritti. Per inseguire la crescita stiamo pregiudicando il progresso.

I sistemi economici nazionali, in tutto il mondo, sono stati costretti a “competere” per attrarre la massa di capitali ormai globalizzati, transnazionalizzati. Per attrarre gli investimenti esteri ciascun paese ha dovuto rendersi iper-competitivo e iper-produttivo. La forza-lavoro doveva essere mansueta, per nulla incline al conflitto. I diritti dei lavoratori dovevano essere contenuti, limitati, se possibile ridotti. Perché è meglio un lavoro sottopagato, precario e insicuro che nessun lavoro.

Si è innescata la corsa al ribasso. La pressione delle economie emergenti è divenuta insostenibile. Il dumping sociale esercitato da questi sistemi economici in via di sviluppo ha avuto l’effetto di trasferire una quantità mastodontica di capitali dall’Occidente industrializzato ai paesi di recente industrializzazione. Il caso cinese è solo il più clamoroso. Intere regioni del globo, in particolare nel Sud-Est asiatico, in America Latina e ormai anche in buona parte dell’Africa, sono diventate la meta prediletta degli investimenti industriali. Se questi investimenti avessero portato sviluppo e benessere alle popolazioni, nessun problema. Finalmente un’occasione di riscatto per il “Sud del mondo”. Ma lo sviluppo e il benessere restano ancora un miraggio, per quei popoli. La volatilità del capitale internazionale, che tiene sempre le valigie pronte per spostarsi in un’isola più felice, tiene i paesi (teoricamente) emergenti in una sorta di “trappola da sottosviluppo”. Il capitale ha ragione di restare finché il paese è sottosviluppato. Se il paese si avvia sulla lunga strada del progresso sociale, restare non conviene più. Meglio chiudere gli stabilimenti e spostarsi dove la miseria è più grande. Dove la gente è più disperata, più disposta a tutto pur di avere un lavoro.

E mentre la globalizzazione selvaggia non portava un autentico progresso per la maggior parte dei paesi asiatici, africani e latino-americani, condannati a restare perennemente “in via di sviluppo”, l’Occidente veniva depredato. Migliaia e migliaia di aziende delocalizzavano, per ridurre i costi. E chi restava subiva la concorrenza di chi era andato via. Ma per resistere a quella concorrenza (e forse approfittandone) “chiedeva” collaborazione e comprensione ai propri lavoratori: dovete essere più flessibili, più competitivi, meno sindacalizzati, meno costosi, meno tutelati. Dovete lavorare di più e guadagnare di meno. La corsa al ribasso spingeva l’Occidente a mettere in dubbio le sue conquiste. A ritenere il suo welfare “troppo generoso”. A frenare la macchina del progresso sociale e a innestare la retromarcia.

crisi finanziariaLe conseguenze di tutto ciò sono sotto i nostri occhi, oggi. L’Europa ha smesso di crescere, e i debiti sono diventati insostenibili. È bastata una “qualsiasi” crisi finanziaria per causare una catastrofe senza precedenti. La crisi del debito è esplosa a causa della crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti, ma i suoi presupposti covavano nel silenzio da tempo. Un continente con un’emorragia industriale di durata ormai ventennale, rapito dal mito infondato della “società dei servizi”, non poteva resistere a lungo. La crisi è arrivata e non sembra ancora fermarsi. Perché non sono state rimosse le sue vere cause.

Il modello di sviluppo dell’Occidente non può prescindere dalla produzione industriale. La competizione delle economie emergenti è micidiale. A parità di regole, a parità di diritti, il capitale potrebbe cercare legittimamente la sua allocazione ideale per ottimizzare i processi produttivi. Ma se la competizione è fatta sulle regole e sui diritti è la competizione stessa ad essere sleale.

E va fermata.

Può esistere un’Europa di sinistra?

L’Europa deve unirsi politicamente e affrontare una battaglia globale per la sua sopravvivenza. Per la sua sopravvivenza industriale, messa in pericolo dal dumping sociale.

 Ma chi, in Europa, deve guidare questa lotta? Chi deve intestarsi la battaglia per la difesa del welfare, dei diritti e delle tutele dei lavoratori? Mi sembra evidente: questa Europa nasce a sinistra. Diritti e tutele dei lavoratori, così come il welfare state nel suo complesso, devono essere difesi da quella parte politica che, nella storia, è stata protagonista della loro affermazione.

Bandiera ue con stelle rosse

La sinistra, in Italia e in Europa, ha smesso da tempo di parlare al cuore dei lavoratori. Ha messo da parte le sue ideologie, perché non andavano più di moda. Ha tentato in ogni modo di “sdoganarsi” per essere accettata come una credibile forza di governo, che è alternativa ai conservatori proprio perché non è troppo alternativa. Perché accetta il sistema e non cerca più di cambiarlo radicalmente. Una sinistra responsabile, istituzionale, governativa. Che non lotta più per il progresso sociale. Una sinistra che, più della destra, non propone il cambiamento perché afferma, più della destra, che l’Europa non ce lo permette. Una sinistra che non cerca neanche più di cambiarla, l’Europa.

L’Europa e la sinistra soffrono dello stesso male: crisi da astinenza dalla politica. L’Europa, come ho detto qui, è stata “neutralizzata” politicamente: non è di destra né di sinistra. È un processo incrementale di integrazione settorial-funzionale. Uno spasso.

La sinistra, dal canto suo, sta ancora cercando una sua ragion d’essere nell’era post-ideologica. Continua a chiamarsi sinistra perché continua a sedersi in quella metà del parlamento, ma fondamentalmente si candida ad amministrare l’esistente senza troppi distinguo dalla destra. Ma, come ho già scritto qui, la destra è coerente con se stessa quando cerca di convincerci che le ideologie siano un retaggio del passato. Realizza un piano (ideologico) ben preciso: evitare il conflitto radicale e impedire l’esistenza di visioni alternative della società, dell’economia e della politica. Difende lo status quo, in breve. Cosa c’è di più ideologicamente conservatore di questo? La sinistra è finora caduta in questo tranello: il desiderio di sdoganarsi per il suo passato marxista l’ha spinta ad accettare una resa senza condizioni, quando “la storia è finita” (parafrasando Francis Fukuyama). Ha smesso di essere messaggio, cambiamento e alternativa. Ha smesso di essere se stessa.

La sinistra avrebbe oggi dannatamente bisogno di intestarsi una battaglia che sia dalla parte dei lavoratori. Una battaglia che parli al loro cuore e alla loro mente, facendo loro sentire che c’è (ancora) qualcuno che è dalla loro parte. Una battaglia che sia simbolica e identitaria, ma al tempo stesso estremamente pragmatica e concreta. Una battaglia che parli di diritti, di dignità e di emancipazione, ma che si proponga di difendere i posti di lavoro e i salari. Una battaglia dalla parte di chi è in difficoltà, una battaglia di parte, ma che miri a raggiungere il bene comune, il progresso di tutta la società.

bandiera rossa

La sinistra avrebbe dannatamente bisogno di combattere una battaglia che sia fondata nelle sue radici di equità e solidarietà, coerente con la sua visione del bene comune ma che non sia un’anacronistica riproposizione dei temi del passato. L’era della globalizzazione economica pone opportunità e problematiche nuove, che vanno colte e risolte con strumenti nuovi, figli anch’essi del tempo che viviamo.
Radici e attualità devono coniugarsi nella battaglia di una sinistra che vuole essere radicata, radicale e attuale.

La sinistra ha bisogno di una battaglia da combattere, l’Europa ha bisogno di qualcuno che combatta la sua battaglia. Una sinistra europea deve essere la protagonista di questa battaglia.

La battaglia della sinistra europea del terzo millennio deve mirare a correggere le fondamentali storture del regime economico internazionale. Deve fare in modo che la globalizzazione sia un’opportunità, e non un problema. Deve evitare che la sfrenata competizione globale si realizzi attraverso il dumping sociale. Deve impedire che la corsa al ribasso porti al massacro delle conquiste sociali dell’Occidente, dei diritti dei lavoratori e del welfare state. Deve far sì che l’Europa non si trasformi in un deserto industriale, ma che continui a produrre e a crescere e a diffondere il benessere in modo equo, solidale e produttivo. Deve evitare che l’Europa si impoverisca fino a non poter sostenere i suoi debiti, andando in crisi non appena una recessione internazionale mette in evidenza i problemi strutturali accumulati nei decenni. Deve impedire che si verifichi una crisi del debito sovrano come quella che stiamo vivendo in questi anni, e che questa a sua volta inneschi la recessione economica e porti di fatto alla sospensione della democrazia, annacquando ancor di più destra, sinistra e tecnici.

Così  Europa e sinistra potranno ritrovarsi.

Quando c’era l’Europa

L’Europa, un tempo progetto e ideale di unità politica, si è condannata ad un destino da semplice organizzazione economica regionale.

Altiero SpinelliDov’è che il sogno si è interrotto? Quand’è che le idee di Altiero Spinelli sono diventate un anacronistico lascito della storia?

L’integrazione, avanzatissima in campo economico, non si è estesa all’ambito politico per le resistenze dei governi nazionali, gelosi delle loro prerogative. L’Unione non si è “democratizzata”: chi di noi può ritenere che, di fatto, le delibere delle istituzioni europee siano frutto di un dibattito trasparente e rispettoso dei punti di vista dell’opinione pubblica?

Esiste una opinione pubblica europea?

Esistono dei veri partiti o dei movimenti europei?

Esiste una società europea?

Gli affari dell’Europa sono rimasti di competenza di una ristretta élite transnazionale, che parla le lingue e si muove giornalmente nei grandi aeroporti di Londra, Parigi e Berlino. I cittadini apprendono distrattamente cosa fa l’Europa da un articolo sul giornale o da un servizio al tiggì ogni tanto. Le elezioni europee sono tutto fuorché momenti in cui si dibatte e decide il destino dell’Unione Europea.

L’Europa non appassiona. Non è seguita, non si fa seguire. Perché è stata, in un certo senso, “neutralizzata” dal punto di vista politico. Le misure europee non sono né di destra né di sinistra, nell’opinione comune. Sono scelte tecniche. Vengono valutate per la loro efficacia ed efficienza, semmai, ma non per la loro equità o giustizia. Al contempo, però, ci sentiamo dire che i governi nazionali hanno “le mani legate” e non possono prendere delle decisioni drastiche o radicali perché ci sono i “vincoli” europei. Cioè: la libertà d’azione politica è limitata da un sistema di vincoli che non è politico.

Stati Uniti d'Europa

E invece è proprio l’Europa, che dovrebbe essere politica! Nell’era della globalizzazione nessun paese europeo, nemmeno la Germania, può essere davvero influente sullo scenario mondiale. Le leggi e i governi nazionali dei paesi europei non possono alterare i processi globali in corso. Solo a livello continentale un’Europa unita può contare qualcosa, governare se stessa e contribuire al governo del pianeta. Ma governare significa prendere decisioni, anche drastiche e radicali, quando occorre.

Governare significa scegliere politicamente dove condurre la barca. E se l’Europa non è unita e non è politica non governa e si lascia trasportare dalla corrente.

E oggi, questa Europa politicamente unita è chiamata a combattere una battaglia epocale per difendere il suo modo di stare al mondo. Deve scegliere se farlo, e così facendo trovare una ragion d’essere (unita) che vada oltre l’euro e i piani di salvataggio della BCE.

Oppure non combattere e sacrificare se stessa sull’altare della competitività internazionale.

La scomparsa dell’industria europea

L’Europa si sta de-industrializzando. Le fabbriche chiudono i battenti e portano la produzione altrove, dove costa meno: nell’Europa dell’Est, nelle economie emergenti dell’Asia e dell’America Latina. Un giorno toccherà forse all’Africa.

Operai

È una vera e propria contro-rivoluzione industriale, con conseguenze tragiche per l’occupazione, per la crescita economica e quindi per la sostenibilità del debito, come ho scritto qui.

Gli “operai” sono passati da un terzo a un quarto del totale dei lavoratori europei negli ultimi venti anni. Solo in Italia si sono persi più di due milioni di posti di lavoro nel manifatturiero in trent’anni. Tra il 1992 e il 2008 la Germania ha perso più di un quinto dei suoi occupati nel manifatturiero (oltre due milioni di posti di lavoro in meno). Nel manifatturiero francese ci sono circa 600 mila posti in meno; in Belgio se ne sono persi 130 mila (il 16%); altrettanti nei Paesi Bassi (il 12%); in Portogallo 85 mila (quasi il 10%); in Danimarca 80 mila (il 15%). Nel Regno Unito un milione e 700 mila posti di lavoro nel manifatturiero non esistono più. È una cifra sconvolgente, che corrisponde a più di un terzo del totale.

È la globalizzazione, bellezza. Le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni hanno drasticamente ridotto i costi di trasporto delle merci e delle persone e hanno abbattuto i costi di comunicazione in ogni angolo del globo. Il sistema di regole che governa il commercio internazionale si è adattato a queste nuove opportunità, realizzando un regime di libero scambio tra i paesi aderenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Questi mutamenti epocali nel campo tecnologico, giuridico ed economico hanno reso possibile ciò che prima non lo era: organizzare un ciclo produttivo aziendale su cinque continenti.

Le imprese, cioè, si liberano dai “vincoli” che le legano ad uno specifico territorio, ad uno specifico paese, e sono in grado di collocare le loro attività produttive e manageriali in qualsiasi luogo. Potendo spostare merci e capitali a bassissimo costo, e potendo comunicare in tempo reale con ogni divisione sparsa per il pianeta, l’azienda non ha più motivo di mantenere l’intero processo produttivo in un unico stabilimento. Può dividerlo e specializzarlo. Non solo: può scegliere di collocarlo dove preferisce, cioè dove è più conveniente.

Operaie cinesi1

L’azienda si svincola dal suo territorio. Le imprese non sono più, quindi, “nazionali“, ma diventano “multinazionali” e “transnazionali“. Producono, progettano, promuovono, commercializzano dove è più conveniente in base alla logica, ontologicamente primaria, del profitto aziendale. L’unico legame che l’impresa mantiene con il territorio è, banalmente, la vendita: ricchezza e consumi, misurate su base locale e nazionale, sono le variabili fondamentali che l’impresa deve tenere in considerazione quando decide di concepire, realizzare, promuovere e commercializzare un suo prodotto su un certo mercato.

Mercati, appunto. Non paesi. In Occidente si mantiene la rete di vendita, il top management o le funzioni a più alto valore aggiunto, come la progettazione, la ricerca e lo sviluppo. La produzione si sposta dove costa meno.

È il treno della globalizzazione. Un treno ad altissima velocità. E noi lo stiamo prendendo dritto dritto in faccia.

Europa sull’isola che non c’è

Euro

Ricordo la scena in cui Umberto Eco, al PalaDozza di Bologna, nel gennaio 2002, celebra l’avvento dell’euro pronunciando solennemente “Fratelli d’Europa, l’Europa si è desta“, mentre tiene in mano una moneta da un euro fresca fresca di conio. Eco voleva, a modo suo, simboleggiare un grande inizio per un’Europa che stava finalmente nascendo. Ma che basso momento, con quella moneta in mano, se si pensa al sogno degli Stati Uniti d’Europa di Altiero Spinelli! Che maniera ingloriosa di festeggiare la nascita dell’Europa!

Nella storia europea e occidentale il termine costituzione ha un significato preciso. È il momento fondativo di una realtà sovrana. Uno strumento simbolico con cui la comunità, il demos, si riconosce come tale e sceglie di stare insieme. E si dà delle regole “supreme” per governarsi.

La costituzione europea, per come è stata concepita, non assolveva questo compito. I negoziati intergovernativi e il lento susseguirsi delle ratifiche nazionali non hanno certamente rappresentato quel grande momento storico per l’unità e l’integrazione del demos europeo.

Un’assemblea costituente eletta su base continentale e un referendum unico europeo avrebbero rappresentato sicuramente una scelta più solenne e adeguata per una vera e propria costituzione.

E con la costituzione e il sogno federale è morta anche la fiducia dei cittadini nei confronti dell’Europa. È difficile che l’uomo della strada si scaldi il cuore con le strategie monetarie della BCE o con i regolamenti comunitari sugli standard nell’allevamento del pollame. Se l’Europa – nel bene e nel male – influenza le loro vite, i cittadini esigono che l’Europa sia democratica e a loro vicina. Ai loro interessi, alle loro aspirazioni, ai loro desideri.

Si dice che i francesi votarono no al referendum sulla costituzione, nel 2005, perché temevano un’invasione di lavoratori a basso costo dall’Est europeo. Qualcuno ha mai dato prova a quei francesi che ci sono delle ragioni un po’ più “alte” per cui l’Europa va fatta? Le istituzioni di Bruxelles hanno mai dato un segnale ai cittadini europei che l’Europa è “dalla loro parte”?

Grafico giù

L’integrazione economica e monetaria dell’Europa è stata spinta molto avanti. Non altrettanto si può dire dell’integrazione politica. Questo squilibrio ha reso l’Unione Europea politicamente sterile. Una costruzione fredda e distante, vista come ostile dall’opinione pubblica. La fiducia nell’Unione Europea è crollata, in vent’anni, dal 72% al 33%.

L’Europa delle banche, a quanto pare, non appassiona.

Nella mitologia greca Europa era la figlia di Agenore, re di Tiro. Zeus, invaghitosi di lei, si trasformò in un toro bianco e mostrandosi mansueto la fece salire sul suo dorso e la rapì, portandola a Creta. Lì il padre degli dei rivelò alla fanciulla la sua vera identità e, per possederla, la violentò.

Parafrasando il mito, possiamo dire che a cavallo tra il XX e il XXI secolo la fanciullesca idea di un’Europa unita è stata rapita da un toro bianco chiamato Euro, e violentata sull’isola di una confederazione bancaria.