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La battaglia globale della nuova sinistra europea

La clausola sociale è una cosa di sinistra.

Due secoli fa, in Europa, i lavoratori si trovavano in condizioni anche peggiori di quelle in cui è costretta oggi la manodopera nelle economie emergenti. In questi due secoli, tanta strada è stata fatta. Oggi, per difendere le conquiste del progresso, occorre condividerle con il resto del mondo. È una questione di equità, di giustizia, di etica. Ma anche di sopravvivenza.

La battaglia per una globalizzazione “dal volto umano” è interesse di tutta la società in tutte le società. Ma non è una battaglia “bipartisan”. Questa è una storia che parla di diritti, di lavoro, di tutele e di benessere diffuso, di solidarietà e di giustizia distributiva, di bene comune, di equità e di progresso sociale. Questa è una storia di sinistra.

La sinistra ha sempre parlato (o avrebbe sempre dovuto parlare) alla parte più debole della società. Ai più bisognosi, agli svantaggiati. Ha maturato una visione del bene comune per cui se non si riesce a stare tutti almeno decentemente non potrà stare bene nessuno. Nel ventunesimo secolo, con la progressiva scomparsa del ceto medio, la “parte più debole” della società torna ad essere una sterminata maggioranza. Operai, giovani disoccupati, famiglie, piccoli risparmiatori, artigiani e piccoli imprenditori: temono tutti; per il posto di lavoro che è a rischio o che non si trova, per la crisi che morde i redditi, per la concorrenza del grande capitale e il rischio di fallire. Questa grande fetta della società ha bisogno di risposte che oggi mancano.

La sinistra deve raccogliere la sfida e giocare la partita della clausola sociale. Deve fare suo questo messaggio e rivolgerlo alla società. È un messaggio che le appartiene, perché ha le sue parole. È un messaggio moderno, fresco e di respiro internazionale. È un messaggio di parte, e la sinistra, se smettesse di fare il gioco di chi sostiene “la fine delle ideologie”, saprebbe di essere una parte.

È scandaloso vedere quanto la sinistra abbia mancato totalmente questo tema. È deprimente vedere quanto partiti e sindacati si ostinino a curare i sintomi, senza vedere la causa. È patetico lo sciopero degli operai pugliesi che protestano perché il loro stabilimento sta per spostarsi in Thailandia. È triste e inutile. Sono tristi e inutili migliaia e migliaia di vertenze sindacali sui singoli casi di delocalizzazione, se non si propone e se non ci si batte per una proposta di cambiamento complessivo che sia fattibile, concreta e alternativa. Non serve a nulla negoziare con l’azienda e il governo una qualche forma di escamotage per tirare a campare ancora qualche anno. Pacchetti per la produttività, prepensionamenti, cassa integrazione in deroga e dettagli sulle turnazioni non potranno mai competere con l’enormità del dumping sociale realizzato nei paesi in via di sviluppo. Il problema è generale, la soluzione non può essere trovata “caso per caso”.

La sinistra deve intestarsi questa battaglia. Deve tornare a parlare di cambiamento, di bene comune, di progresso. Deve tornare a farlo con le parole del terzo millennio.

tecnico informaticoDeve uscire dalla gabbia in cui si è fatta chiudere; deve abbattere gli steccati falsamente ideologici che le hanno costruito intorno. Deve capire che il neo-laureato in cerca di primo impiego ha bisogno di lei come l’operaio in cassa integrazione. Che il tecnico informatico costretto ad aprirsi una partita IVA e a presentarsi come consulente è solamente un’altra vittima della precarizzazione del lavoro. Deve capire che il successo di un sindacato non si misura solo con il numero di iscritti o di partecipanti agli scioperi, ma guardando a quanto riesce a contribuire al benessere dei propri rappresentati. E della società nel suo complesso, se vogliamo.

 

La sinistra deve tornare a proporre un mondo migliore, e una strategia di intervento per raggiungerlo. Il mondo da cambiare, però, è quello di oggi. Con le sue regole, le sue complesse dinamiche e le sue parole. Siamo in grave ritardo: la clausola sociale doveva essere approvata già vent’anni fa. Riproporla ora deve diventare la battaglia della sinistra del terzo millennio. Una battaglia con cui, oggi, essa può tornare a “parlare al popolo”.

E la battaglia della sinistra del terzo millennio si combatte in Europa. E sarebbe la prima volta.

La prima battaglia dell’Europa avrebbe un contenuto dichiaratamente politico. Tratterebbe un tema decisivo per la vita dei cittadini europei; un tema divisivo, ma denso di significati etici, di visioni del mondo e di scelte valoriali. La Politica farebbe finalmente ingresso in Europa, e i cittadini europei sentirebbero di poter partecipare, di poter decidere. Di potersi schierare, di poter prendere una posizione su un tema che, per una volta, non è riservato agli “addetti ai lavori”. Che riguarda il nostro modo di voler stare nel mondo. La nostra identità, ciò che vogliamo difendere, ciò che vogliamo promuovere.

omini ue

La prima battaglia dell’Europa sarebbe una battaglia politica e identitaria. L’Europa ha dato tanto al mondo. Ha inventato il welfare state, lo stato sociale, il modo europeo di concepire il mercato, il capitalismo e la competizione. Nella sua carta d’identità l’Europa risulta ancora una economia sociale di mercato. Difendere questa identità e promuoverla con forza all’esterno sarebbe qualcosa di cui molti europei andrebbero fieri.

Una battaglia politica e identitaria sarebbe una boccata d’ossigeno per l’europeismo. Per continuare a lottare affinché questo continente non torni ad essere un coacervo di nazioni indipendenti e slegate tra loro, potenzialmente in conflitto come, in fin dei conti, è sempre stato. Per chi continua a credere nel progetto federale, nel sogno degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa dimostrerebbe di non essere solo un’agenzia regolativa o una confederazione tra banchieri, ma un soggetto politico democratico in grado di prendere le decisioni più importanti. E di proporle con forza e con successo al resto del mondo.

E, dimostrandolo ai suoi cittadini, li riporterebbe a sostenere questo progetto con convinzione. Li farebbe tornare a credere in una speranza tradita, ormai sepolta sotto le scartoffie dei tecnici e i regolamenti della BCE.

Dopo tanti errori l’Europa potrebbe davvero destarsi, e stavolta non di certo grazie a una moneta.

Può esistere un’Europa di sinistra?

L’Europa deve unirsi politicamente e affrontare una battaglia globale per la sua sopravvivenza. Per la sua sopravvivenza industriale, messa in pericolo dal dumping sociale.

 Ma chi, in Europa, deve guidare questa lotta? Chi deve intestarsi la battaglia per la difesa del welfare, dei diritti e delle tutele dei lavoratori? Mi sembra evidente: questa Europa nasce a sinistra. Diritti e tutele dei lavoratori, così come il welfare state nel suo complesso, devono essere difesi da quella parte politica che, nella storia, è stata protagonista della loro affermazione.

Bandiera ue con stelle rosse

La sinistra, in Italia e in Europa, ha smesso da tempo di parlare al cuore dei lavoratori. Ha messo da parte le sue ideologie, perché non andavano più di moda. Ha tentato in ogni modo di “sdoganarsi” per essere accettata come una credibile forza di governo, che è alternativa ai conservatori proprio perché non è troppo alternativa. Perché accetta il sistema e non cerca più di cambiarlo radicalmente. Una sinistra responsabile, istituzionale, governativa. Che non lotta più per il progresso sociale. Una sinistra che, più della destra, non propone il cambiamento perché afferma, più della destra, che l’Europa non ce lo permette. Una sinistra che non cerca neanche più di cambiarla, l’Europa.

L’Europa e la sinistra soffrono dello stesso male: crisi da astinenza dalla politica. L’Europa, come ho detto qui, è stata “neutralizzata” politicamente: non è di destra né di sinistra. È un processo incrementale di integrazione settorial-funzionale. Uno spasso.

La sinistra, dal canto suo, sta ancora cercando una sua ragion d’essere nell’era post-ideologica. Continua a chiamarsi sinistra perché continua a sedersi in quella metà del parlamento, ma fondamentalmente si candida ad amministrare l’esistente senza troppi distinguo dalla destra. Ma, come ho già scritto qui, la destra è coerente con se stessa quando cerca di convincerci che le ideologie siano un retaggio del passato. Realizza un piano (ideologico) ben preciso: evitare il conflitto radicale e impedire l’esistenza di visioni alternative della società, dell’economia e della politica. Difende lo status quo, in breve. Cosa c’è di più ideologicamente conservatore di questo? La sinistra è finora caduta in questo tranello: il desiderio di sdoganarsi per il suo passato marxista l’ha spinta ad accettare una resa senza condizioni, quando “la storia è finita” (parafrasando Francis Fukuyama). Ha smesso di essere messaggio, cambiamento e alternativa. Ha smesso di essere se stessa.

La sinistra avrebbe oggi dannatamente bisogno di intestarsi una battaglia che sia dalla parte dei lavoratori. Una battaglia che parli al loro cuore e alla loro mente, facendo loro sentire che c’è (ancora) qualcuno che è dalla loro parte. Una battaglia che sia simbolica e identitaria, ma al tempo stesso estremamente pragmatica e concreta. Una battaglia che parli di diritti, di dignità e di emancipazione, ma che si proponga di difendere i posti di lavoro e i salari. Una battaglia dalla parte di chi è in difficoltà, una battaglia di parte, ma che miri a raggiungere il bene comune, il progresso di tutta la società.

bandiera rossa

La sinistra avrebbe dannatamente bisogno di combattere una battaglia che sia fondata nelle sue radici di equità e solidarietà, coerente con la sua visione del bene comune ma che non sia un’anacronistica riproposizione dei temi del passato. L’era della globalizzazione economica pone opportunità e problematiche nuove, che vanno colte e risolte con strumenti nuovi, figli anch’essi del tempo che viviamo.
Radici e attualità devono coniugarsi nella battaglia di una sinistra che vuole essere radicata, radicale e attuale.

La sinistra ha bisogno di una battaglia da combattere, l’Europa ha bisogno di qualcuno che combatta la sua battaglia. Una sinistra europea deve essere la protagonista di questa battaglia.

La battaglia della sinistra europea del terzo millennio deve mirare a correggere le fondamentali storture del regime economico internazionale. Deve fare in modo che la globalizzazione sia un’opportunità, e non un problema. Deve evitare che la sfrenata competizione globale si realizzi attraverso il dumping sociale. Deve impedire che la corsa al ribasso porti al massacro delle conquiste sociali dell’Occidente, dei diritti dei lavoratori e del welfare state. Deve far sì che l’Europa non si trasformi in un deserto industriale, ma che continui a produrre e a crescere e a diffondere il benessere in modo equo, solidale e produttivo. Deve evitare che l’Europa si impoverisca fino a non poter sostenere i suoi debiti, andando in crisi non appena una recessione internazionale mette in evidenza i problemi strutturali accumulati nei decenni. Deve impedire che si verifichi una crisi del debito sovrano come quella che stiamo vivendo in questi anni, e che questa a sua volta inneschi la recessione economica e porti di fatto alla sospensione della democrazia, annacquando ancor di più destra, sinistra e tecnici.

Così  Europa e sinistra potranno ritrovarsi.

Alla ricerca della sinistra perduta

Il messaggio della sinistra sta tramontando.

Il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del socialismo reale hanno svuotato la “gamma dei mondi possibili”, lasciando una sola opzione sul tappeto: democrazia liberale e mercato.

Le ideologie rimangono un retaggio del Novecento, quando capitale e lavoro si scontravano nelle fabbriche e nelle piazze e i grandi partiti di massa rappresentavano classi sociali ben definite. Partiti che offrivano ai loro militanti, tramite quelle ideologie, gli strumenti per interpretare la realtà e per capire come e dove cambiarla. “Un’interpretazione del passato, una spiegazione del presente e una visione del futuro”, come ha scritto David Easton.

E l’interpretazione, la spiegazione e la visione della sinistra erano forti e avevano affascinato il mondo. Parlavano di una storia dell’uomo basata sullo sfruttamento di una maggioranza di oppressi da parte di una minoranza di oppressori. Di una lotta di classe in cui gli oppressi prendevano coscienza della loro condizione e si univano per non essere più sfruttati. Di una società più giusta in cui il desiderio di arricchirsi di ciascuno non avrebbe causato la miseria e la frustrazione degli altri.

Quarto stato

Di questo messaggio e di questa visione ognuno è libero di dare il giudizio storico, etico o ideologico che preferisce. Ma resta innegabile l’importanza che la sinistra ha avuto nella storia del progresso dell’umanità. Figlie dell’industrializzazione e della società di massa, la teoria e la pratica socialista e comunista hanno contribuito a plasmare la nostra società, la nostra politica e la nostra economia per come le conosciamo oggi, accompagnando una larga fetta dell’umanità dalle campagne alle fabbriche.

La sinistra è stata cultura popolare, valori condivisi, simboli, appartenenza, militanza e solidarietà.

Oggi però la sinistra non riesce più a comunicare un messaggio.

Nell’era post-ideologica, d’altronde, un messaggio in quanto tale non è necessario. Un messaggio forte, identitario, che contenga un’interpretazione del mondo e una visione di una società migliore è un’anacronistica scomodità. Perché per definire una società “ideale” occorre una bussola, servono dei criteri, bisogna che si abbia una visione del mondo e una teoria della giustizia. Ingredienti non necessari, non previsti, non graditi dalla politica odierna, perché divisivi e conflittuali. Troppo “di parte”, troppo faziosi. E le “parti” (da cui i “partiti”, in fin dei conti) non sono necessarie per l’ordinaria amministrazione. I principi del buon governo, tanto in voga oggi, prevedono la compartecipazione degli stakeholder ai processi decisionali: i portatori di interessi, sì, ma di interessi atomizzati, disaggregati. L’idea di un bene comune, di un “interesse collettivo” è definitivamente esclusa.

Ma la sinistra muore in questo contesto. La sinistra è messaggio, è visione, è condivisione dell’uno e dell’altro. Dire che le ideologie sono superate è da perfetti conservatori! Ed è quindi, paradossalmente, un’affermazione ideologica. La disaggregazione (o disgregazione) degli interessi collettivi è la chiave per il mantenimento dello status quo. Divide et impera. Nessun attore, nessuna categoria ha da sola la forza per proporre e realizzare un cambiamento che non sia ultra-settoriale, marginale, incrementale. E i cambiamenti ultra-settoriali, marginali e incrementali non appassionano e non interessano. La politica diventa un affare tecnico, sempre più riservato agli addetti ai lavori. Distaccato dalla “gente comune”. Gli interessi particolari prevalgono su quelli collettivi e generali, che hanno più bisogno di informazione, di promozione e di mobilitazione, per essere tutelati.

La sinistra sta assecondando questo processo invece di combatterlo.

Il tramonto delle utopie collettiviste, la “fine della storia” l’hanno lasciata orfana di quella cornice simbolica che aveva creato appartenenza e identità per più di un secolo. In mancanza di un messaggio, del suo messaggio, la sinistra ha cercato di sdoganarsi e ritagliarsi un posticino nel consiglio di amministrazione delle società odierne, inseguendo il centro e ritrattando tutte le sue tesi storiche. Intendiamoci: buona parte di quelle tesi andavano riviste o abbandonate, sicuramente adattate al mondo che cambia. Ma restando nell’alveo di una tradizione valoriale, di un’ideologia per l’appunto. Per abbandonare quella visione, dichiarata fallimentare dalla Storia, la sinistra ha abbandonato qualsiasi visione, sforzandosi di adottare i codici, i linguaggi e i modi di chi non ha mai avuto bisogno di adattarsi al cambiamento: i conservatori.

Fino a confondersi con loro.

La sinistra si è persa.

Si è persa, e non sa tornare.