Perché l’ho fatto?

Questo libro è frutto della disoccupazione.

Se non fossi stato senza lavoro nei primi sei mesi dell’anno scorso non avrei potuto studiare e raccogliere i dati per poi scriverlo.

Un libro sul lavoro scritto da un disoccupato. Non male, vero?

Ma è frutto della disoccupazione anche in un altro senso. Non la mia, che ora ho fatto passi avanti e sono precario all’università.

Questo libro parla della disoccupazione che cresce, del lavoro che non c’è (più). Dei tanti, milioni di posti di lavoro che si sono persi in questi anni e in questi decenni. Degli operai che non ci sono più, dell’industria che in questo paese “industriale” sta morendo.

Saranno almeno dieci anni che me lo chiedo: perché la sinistra ha smesso di parlare di questi temi? Perché il tema della globalizzazione è diventato una specie di tabù, riservato agli anarco-insurrezionalisti-no-global-a-prescindere? Perché non si riesce a fare un ragionamento serio su parole come delocalizzazione, competitività, diritti dei lavoratori e regime del commercio internazionale?

Ho cercato risposte a queste domande quando ero uno studente alla facoltà di Scienze Politiche. Mi chiedevo: “Ma se le multinazionali vanno a produrre in Cina per risparmiare sui costi e poi vendere in Europa, non basterebbe “chiudere” le frontiere ai prodotti fabbricati in Cina per risolvere il problema?” Detta così è un po’ drastica, certo. Ché il protezionismo fine a se stesso non è carino, si sa.

Ma se il problema è che quelle multinazionali tengono i lavoratori cinesi (ma anche vietnamiti, congolesi, messicani…) in condizioni disumane per abbattere i costi di produzione, e non condividono con loro i profitti che realizzano vendendo nel ricco Occidente, allora questo non è più “sviluppo”, ma “sfruttamento”. E se per abbattere quei costi di produzione, allo stesso tempo, le stesse multinazionali chiudono i battenti in Europa e negli Stati Uniti, licenziando migliaia e migliaia di lavoratori, il “ricco” Occidente presto non sarà più tanto “ricco”.

Insomma, questa trappola della concorrenza internazionale non mi convinceva. Ragionavo sul problema e ipotizzavo delle soluzioni. Mi confrontavo con colleghi e docenti su questi temi, ma le loro risposte non mi soddisfacevano.

Decisi di farne la mia tesi di laurea. Quella grossa, la specialistica.

Anni dopo, ho pensato: “La crisi economica, l’infinita serie di crisi aziendali, la crisi di fiducia nell’Europa rendono il problema più che mai attuale. Perché non riprendo quel progetto e ne faccio un libro?”

E l’ho fatto: “il ratto di Europa”. Il mito greco di Zeus che, sotto le mentite spoglie di un toro bianco, rapisce la giovane principessa Europa

Il ratto di Europa - Tiziano
da http://www.tanogabo.it/mitologia/greca/Taso.htm

Europa, il sogno di un’Europa politicamente unita. Zeus, il toro, l’euro che tradisce quel sogno e lo trasforma in una squallida confederazione di banche centrali… Manco a farlo apposta scopro che il toro-Zeus e Europa fanno da dorso sulla moneta greca da due euro. Della Grecia! Quando uno dice le coincidenze…

E ho deciso di sottotitolarlo “La battaglia globale della nuova sinistra europea”.
Perché sono convinto che la battaglia sui diritti dei lavoratori, per una globalizzazione equa e uno sviluppo sostenibile e diffuso, sia una battaglia che solo se condotta a livello mondiale può avere un senso.
E sono convinto che solo l’Europa può e deve farsi carico di questa battaglia e cambiare questa globalizzazione.
E sono convinto che solo la sinistra, una vera sinistra moderna, può spingere l’Europa, una vera Europa politica, a combattere questa battaglia e a difendere così il nostro modello di economia, di società, di lavoro e di welfare.

Sono convinto che oggi la Sinistra non ha battaglie più importanti di questa, da combattere.

E ci ho scritto un libro.

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2 pensieri su “Perché l’ho fatto?

  1. Ciao Andrea!
    Trovo la domanda che affronti assai interessante. L’idea di lottare per i diritti dei lavoratori in tutto il mondo è assai ambiziosa, ma è più coerente di tante altre proposte. Non so come combattere efficacemente quella battaglia, ma immagino di dover semplicemente aspettare.

    E sono d’accordo che lo sfruttamento dei lavoratori è ingiusto — ma anche in Occidente è stato così in una fase iniziale (in Italia negli anni ’60, in altri paesi molto prima), e sospetto ad esempio la Cina sia nello stesso percorso.

    Tuttavia, trovo un punto del tuo ragionamento alquanto discutibile, così come lo trovo discutibile ogni volta che qualcuno lo menziona:

    > E se per abbattere quei costi di produzione, allo stesso tempo, le stesse multinazionali chiudono i battenti in Europa e negli Stati Uniti, licenziando migliaia e migliaia di lavoratori, il “ricco” Occidente presto non sarà più tanto “ricco”.

    La manodopera non qualificata occidentale è spesso troppo costosa (ma non sempre), ma lo spazio per la manodopera non qualificata è stato ridotto continuamente dall’evoluzione tecnologica. Ad ogni innovazione, qualcuno ha temuto per la perdita di posti di lavoro, ma puntualmente siamo diventati più ricchi.

    Questo articolo su Science analizza in dettaglio come siamo diventati più ricchi grazie alla ricerca:
    http://www.sciencemag.org/content/342/6160/817.full

    Infatti, molti paesi sono stati contenti dell’apertura alla Cina, perché la loro ricchezza derivava da altri settori. Il motivo per cui l’Italia ha sofferto è che la nostra industria è troppo arretrata perché (ad esempio) non investiamo abbastanza in ricerca e non sfruttiamo i nostri risultati. (Ci sono tanti altri problemi di competitività, ma mi limito ai problemi che capisco meglio).

    Alcuni dirigenti di sindacati Fiat si sono lamentati che con la Fiat assistiamo alla prima delocalizzazione al contrario. Ma sembravano stupiti! Per me questo dimostra che sono incompetenti — loro dovrebbero essere in grado di prevedere questi fenomeni.

    Chiudo questa parte del commento con un paio di link a saggi di un influente imprenditore della Silicon Valley, attualmente attivo nel finanziare startup, su come riprodurre l’esempio della Silicon Valley:
    http://www.paulgraham.com/siliconvalley.html
    http://www.paulgraham.com/america.html

    Dopodiché, lottiamo per i diritti dei lavoratori in tutto il mondo. Ma quando parliamo di politica industriale, per favore, concentriamoci su come creare ricchezza, non su come mantenere posti di lavoro in compagnie fuori mercato. E già che ci siamo, è troppo sperare che un sindacato faccia una proposta intelligente su come proteggere i diritti dei lavoratori permettendo di licenziare chi non è qualificato (e dandogli sussidi e formazione)?
    (E viceversa, molti imprenditori italiani dovrebbero smettere di pensare a tagliare salari e affrontare i loro veri problemi — penso alle richieste della presidenza D’Amato di Confindustria. Per fortuna oggi alcuni imprenditori cominciano a capire.).

    1. Ciao Paolo,
      ti ringrazio molto per il tuo ricco e articolato commento.

      I temi che trattiamo sono piuttosto complessi, e tenere in considerazione tutte le sfaccettature dell'”universo lavoro” rischia di essere davvero impossibile.

      Il tuo punto sull’innovazione e sulle sue conseguenze per il mercato del lavoro è molto ragionevole. È sicuramente vero che il progresso tecnico e le sue applicazioni nei processi produttivi causano scompensi molto importanti ma che non per questo si possa pensare di “frenare” innovazione e ricerca. Il punto semmai, sarebbe trovare il modo di gestire POLITICAMENTE questi scompensi per minimizzare l’impatto SOCIALE dell’innovazione (sussidi e formazione, come indicato da te, sono un modo per farlo). Che l’innovazione produca ricchezza, d’altronde, è fuor di dubbio. Impatta sulla resa dei fattori di produzione, come insegna un qualunque manuale di microeconomia.

      Ma il tema cui fai riferimento, la disoccupazione cosiddetta “tecnologica”, c’entra fino a un certo punto con il ragionamento che cerco di portare avanti io. La mia proposta certamente non è quella di mantenere posti di lavoro RESI INUTILI dall’innovazione e dal progresso. Il punto è un altro: la concorrenza tra sistemi produttivi nazionali (i cosiddetti “sistemi-paese”) non può realizzarsi sulle spalle dei lavoratori. Attenzione! Il problema non è nemmeno il salario, IN SE’. Quello dipende da molte variabili, a partire banalmente dal costo della vita nel singolo paese. Il problema sono i diritti. Le tutele, l’equilibrio sociale tra capitale e lavoro. In una parola, la dignità del lavoratore. E il lavoro deve essere “dignitoso” CHE SIA QUALIFICATO O MENO. Perlomeno, questo è il mio punto di vista.

      Le produzioni di eccellenza, all’avanguardia tecnologica, sono un must che un grande paese industriale come l’Italia deve curare, attrarre e preservare. E su questo, evidentemente, dobbiamo fare molto, ma molto meglio. Ma non si vive di sola eccellenza. Un grande paese (ma direi un grande continente) industriale come l’Italia (e come l’Europa) non può puntare solo su start-up innovative e produzioni “di frontiera”. Ci vuole la Ferrari, certo. Ma ci vuole anche la Fiat. E se la Fiat (come moltissime altre aziende) ha spostato la produzione in altri paesi “emergenti” non è (spesso) perché questi sono più innovativi, ma perché lì il lavoro costa meno e (soprattutto) è meno tutelato. Come lo è meno l’ambiente, ad esempio.

      Non si può permettere che – a parità di innovazione e di “capitale umano”, mettiamola così – a vincere la “battaglia per il prodotto mondiale” siano i paesi che permettono alle imprese di sfruttare di più i lavoratori. Perché ci perdiamo tutti.

      Di tutto questo scrivo nel libro. E ne parlerò più avanti, a poco a poco, su questo blog. Questo post era solamente una specie di introduzione, ancora molto generica, ma ti ringrazio per averla arricchita con il tuo commento.

      😉

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