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Il ratto in breve

La crisi di questi ultimi anni è in parte una conseguenza del “lato oscuro” della globalizzazione dell’economia. La stagnazione delle economie europee e la loro fragilità di fronte agli attacchi della speculazione internazionale sono strettamente legate al fenomeno del dumping sociale e alla delocalizzazione massiccia delle attività produttive verso i paesi in via di sviluppo, dove i lavoratori sono privi di diritti e percepiscono salari da fame.

Sfruttamento minoriLe conquiste tecnologiche degli ultimi decenni hanno offerto al capitale internazionale la possibilità di liberarsi da ogni vincolo territoriale. Tutto ciò ha prodotto sì una crescita complessiva dell’economia mondiale, ma una crescita iniqua e squilibrata. Per inseguire ricchezza e produzione stiamo aggredendo un patrimonio di conquiste sociali costruito nei secoli. Per inseguire i “numeri” stiamo sacrificando i diritti. Per inseguire la crescita stiamo pregiudicando il progresso.

I sistemi economici nazionali, in tutto il mondo, sono stati costretti a “competere” per attrarre la massa di capitali ormai globalizzati, transnazionalizzati. Per attrarre gli investimenti esteri ciascun paese ha dovuto rendersi iper-competitivo e iper-produttivo. La forza-lavoro doveva essere mansueta, per nulla incline al conflitto. I diritti dei lavoratori dovevano essere contenuti, limitati, se possibile ridotti. Perché è meglio un lavoro sottopagato, precario e insicuro che nessun lavoro.

Si è innescata la corsa al ribasso. La pressione delle economie emergenti è divenuta insostenibile. Il dumping sociale esercitato da questi sistemi economici in via di sviluppo ha avuto l’effetto di trasferire una quantità mastodontica di capitali dall’Occidente industrializzato ai paesi di recente industrializzazione. Il caso cinese è solo il più clamoroso. Intere regioni del globo, in particolare nel Sud-Est asiatico, in America Latina e ormai anche in buona parte dell’Africa, sono diventate la meta prediletta degli investimenti industriali. Se questi investimenti avessero portato sviluppo e benessere alle popolazioni, nessun problema. Finalmente un’occasione di riscatto per il “Sud del mondo”. Ma lo sviluppo e il benessere restano ancora un miraggio, per quei popoli. La volatilità del capitale internazionale, che tiene sempre le valigie pronte per spostarsi in un’isola più felice, tiene i paesi (teoricamente) emergenti in una sorta di “trappola da sottosviluppo”. Il capitale ha ragione di restare finché il paese è sottosviluppato. Se il paese si avvia sulla lunga strada del progresso sociale, restare non conviene più. Meglio chiudere gli stabilimenti e spostarsi dove la miseria è più grande. Dove la gente è più disperata, più disposta a tutto pur di avere un lavoro.

E mentre la globalizzazione selvaggia non portava un autentico progresso per la maggior parte dei paesi asiatici, africani e latino-americani, condannati a restare perennemente “in via di sviluppo”, l’Occidente veniva depredato. Migliaia e migliaia di aziende delocalizzavano, per ridurre i costi. E chi restava subiva la concorrenza di chi era andato via. Ma per resistere a quella concorrenza (e forse approfittandone) “chiedeva” collaborazione e comprensione ai propri lavoratori: dovete essere più flessibili, più competitivi, meno sindacalizzati, meno costosi, meno tutelati. Dovete lavorare di più e guadagnare di meno. La corsa al ribasso spingeva l’Occidente a mettere in dubbio le sue conquiste. A ritenere il suo welfare “troppo generoso”. A frenare la macchina del progresso sociale e a innestare la retromarcia.

crisi finanziariaLe conseguenze di tutto ciò sono sotto i nostri occhi, oggi. L’Europa ha smesso di crescere, e i debiti sono diventati insostenibili. È bastata una “qualsiasi” crisi finanziaria per causare una catastrofe senza precedenti. La crisi del debito è esplosa a causa della crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti, ma i suoi presupposti covavano nel silenzio da tempo. Un continente con un’emorragia industriale di durata ormai ventennale, rapito dal mito infondato della “società dei servizi”, non poteva resistere a lungo. La crisi è arrivata e non sembra ancora fermarsi. Perché non sono state rimosse le sue vere cause.

Il modello di sviluppo dell’Occidente non può prescindere dalla produzione industriale. La competizione delle economie emergenti è micidiale. A parità di regole, a parità di diritti, il capitale potrebbe cercare legittimamente la sua allocazione ideale per ottimizzare i processi produttivi. Ma se la competizione è fatta sulle regole e sui diritti è la competizione stessa ad essere sleale.

E va fermata.

Debito e ricchezza

Luglio 2011: l’Europa mediterranea è sull’orlo del collasso. La speculazione internazionale ha fatto schizzare i tassi di interesse sul debito in Spagna, Italia, Portogallo e Grecia. Si parla di crisi, di default, di fallimento dell’intera Europa.

(post1) crisi europea

Inizia l’era dell’austerity. Le direttive europee vengono attuate da governi nazionali “di emergenza”. Forze politiche da sempre contrapposte vanno a braccetto al governo e approvano misure che tagliano la spesa sociale, il welfare, i servizi pubblici. Quando invece le intese non si sono allargate, governi di destra e di sinistra hanno adottato ricette economiche e sociali praticamente identiche.

La buona vecchia dialettica destra-sinistra si è fatta da parte nel nome del rigoroso rispetto delle ricette europee. Chi contestava veniva tacciato di “populismo antieuropeista”. Forze antagoniste (soprattutto) di estrema destra (come Alba Dorata in Grecia) e movimenti anti-sistemici del tutto nuovi (come il M5S in Italia) hanno visto crescere i propri consensi, ma in nessun caso sono riusciti ad intaccare le decisioni dei governi in carica, obbedienti alle disposizioni della troika europea.

Il debito, d’altronde, non permette alternative. Sarebbe da “irresponsabili” mettere in discussione le linee guida europee e rimandare ulteriormente il riassetto dei conti pubblici!

(post1) debito

Il debito, questo macigno sul futuro e sulla possibilità di scegliere, di decidere. Di governarci.

Ma cosa vuol dire, esattamente, avere un debito? Avere un debito eccessivo?

Rispetto a cosa un debito è eccessivo?Sicuramente rispetto alla ricchezza prodotta: è il famoso rapporto debito/PIL.

Ma, allora, non è che forse il debito è diventato eccessivo perché la ricchezza è diventata insufficiente?

La ricchezza che l’Europa produce non basta più a sostenere i consumi delle famiglie e la spesa sociale. L’Europa e l’Occidente industrializzato sono cresciuti meno, negli ultimi decenni, rispetto al resto del mondo. Le tigri asiatiche, i BRICS e i CIVETS: un’infinità di paesi più o meno grandi, in questi ultimi decenni, sono cresciuti a ritmi impressionanti nell’economia globalizzata. Sono divenuti, a turno, la nuova frontiera dell’industrializzazione e della crescita economica.

L’Europa arranca. La sua struttura produttiva si sfalda, le attività industriali si trasferiscono altrove. La crisi finanziaria americana iniziata nel 2007 ha solo accelerato il declino. L’economia europea era già in agonia. Il PIL ha continuato (un pochino) a crescere, ma salari e redditi reali sono fermi agli anni Novanta.

Se lavoratori e famiglie si impoveriscono l’economia si avvita su se stessa: è una recessione strutturale, costante e di lungo periodo. Una vera e propria decrescita dell’Occidente: il ciclo che collegava il lavoro, i redditi, i consumi, la domanda e ancora il lavoro è stato spezzato.

È così che il debito è divenuto insostenibile.

Non produciamo abbastanza ricchezza per sostenere il debito.

Non produciamo abbastanza ricchezza.

Non produciamo abbastanza.