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Può esistere un’Europa di sinistra?

L’Europa deve unirsi politicamente e affrontare una battaglia globale per la sua sopravvivenza. Per la sua sopravvivenza industriale, messa in pericolo dal dumping sociale.

 Ma chi, in Europa, deve guidare questa lotta? Chi deve intestarsi la battaglia per la difesa del welfare, dei diritti e delle tutele dei lavoratori? Mi sembra evidente: questa Europa nasce a sinistra. Diritti e tutele dei lavoratori, così come il welfare state nel suo complesso, devono essere difesi da quella parte politica che, nella storia, è stata protagonista della loro affermazione.

Bandiera ue con stelle rosse

La sinistra, in Italia e in Europa, ha smesso da tempo di parlare al cuore dei lavoratori. Ha messo da parte le sue ideologie, perché non andavano più di moda. Ha tentato in ogni modo di “sdoganarsi” per essere accettata come una credibile forza di governo, che è alternativa ai conservatori proprio perché non è troppo alternativa. Perché accetta il sistema e non cerca più di cambiarlo radicalmente. Una sinistra responsabile, istituzionale, governativa. Che non lotta più per il progresso sociale. Una sinistra che, più della destra, non propone il cambiamento perché afferma, più della destra, che l’Europa non ce lo permette. Una sinistra che non cerca neanche più di cambiarla, l’Europa.

L’Europa e la sinistra soffrono dello stesso male: crisi da astinenza dalla politica. L’Europa, come ho detto qui, è stata “neutralizzata” politicamente: non è di destra né di sinistra. È un processo incrementale di integrazione settorial-funzionale. Uno spasso.

La sinistra, dal canto suo, sta ancora cercando una sua ragion d’essere nell’era post-ideologica. Continua a chiamarsi sinistra perché continua a sedersi in quella metà del parlamento, ma fondamentalmente si candida ad amministrare l’esistente senza troppi distinguo dalla destra. Ma, come ho già scritto qui, la destra è coerente con se stessa quando cerca di convincerci che le ideologie siano un retaggio del passato. Realizza un piano (ideologico) ben preciso: evitare il conflitto radicale e impedire l’esistenza di visioni alternative della società, dell’economia e della politica. Difende lo status quo, in breve. Cosa c’è di più ideologicamente conservatore di questo? La sinistra è finora caduta in questo tranello: il desiderio di sdoganarsi per il suo passato marxista l’ha spinta ad accettare una resa senza condizioni, quando “la storia è finita” (parafrasando Francis Fukuyama). Ha smesso di essere messaggio, cambiamento e alternativa. Ha smesso di essere se stessa.

La sinistra avrebbe oggi dannatamente bisogno di intestarsi una battaglia che sia dalla parte dei lavoratori. Una battaglia che parli al loro cuore e alla loro mente, facendo loro sentire che c’è (ancora) qualcuno che è dalla loro parte. Una battaglia che sia simbolica e identitaria, ma al tempo stesso estremamente pragmatica e concreta. Una battaglia che parli di diritti, di dignità e di emancipazione, ma che si proponga di difendere i posti di lavoro e i salari. Una battaglia dalla parte di chi è in difficoltà, una battaglia di parte, ma che miri a raggiungere il bene comune, il progresso di tutta la società.

bandiera rossa

La sinistra avrebbe dannatamente bisogno di combattere una battaglia che sia fondata nelle sue radici di equità e solidarietà, coerente con la sua visione del bene comune ma che non sia un’anacronistica riproposizione dei temi del passato. L’era della globalizzazione economica pone opportunità e problematiche nuove, che vanno colte e risolte con strumenti nuovi, figli anch’essi del tempo che viviamo.
Radici e attualità devono coniugarsi nella battaglia di una sinistra che vuole essere radicata, radicale e attuale.

La sinistra ha bisogno di una battaglia da combattere, l’Europa ha bisogno di qualcuno che combatta la sua battaglia. Una sinistra europea deve essere la protagonista di questa battaglia.

La battaglia della sinistra europea del terzo millennio deve mirare a correggere le fondamentali storture del regime economico internazionale. Deve fare in modo che la globalizzazione sia un’opportunità, e non un problema. Deve evitare che la sfrenata competizione globale si realizzi attraverso il dumping sociale. Deve impedire che la corsa al ribasso porti al massacro delle conquiste sociali dell’Occidente, dei diritti dei lavoratori e del welfare state. Deve far sì che l’Europa non si trasformi in un deserto industriale, ma che continui a produrre e a crescere e a diffondere il benessere in modo equo, solidale e produttivo. Deve evitare che l’Europa si impoverisca fino a non poter sostenere i suoi debiti, andando in crisi non appena una recessione internazionale mette in evidenza i problemi strutturali accumulati nei decenni. Deve impedire che si verifichi una crisi del debito sovrano come quella che stiamo vivendo in questi anni, e che questa a sua volta inneschi la recessione economica e porti di fatto alla sospensione della democrazia, annacquando ancor di più destra, sinistra e tecnici.

Così  Europa e sinistra potranno ritrovarsi.

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Europa sull’isola che non c’è

Euro

Ricordo la scena in cui Umberto Eco, al PalaDozza di Bologna, nel gennaio 2002, celebra l’avvento dell’euro pronunciando solennemente “Fratelli d’Europa, l’Europa si è desta“, mentre tiene in mano una moneta da un euro fresca fresca di conio. Eco voleva, a modo suo, simboleggiare un grande inizio per un’Europa che stava finalmente nascendo. Ma che basso momento, con quella moneta in mano, se si pensa al sogno degli Stati Uniti d’Europa di Altiero Spinelli! Che maniera ingloriosa di festeggiare la nascita dell’Europa!

Nella storia europea e occidentale il termine costituzione ha un significato preciso. È il momento fondativo di una realtà sovrana. Uno strumento simbolico con cui la comunità, il demos, si riconosce come tale e sceglie di stare insieme. E si dà delle regole “supreme” per governarsi.

La costituzione europea, per come è stata concepita, non assolveva questo compito. I negoziati intergovernativi e il lento susseguirsi delle ratifiche nazionali non hanno certamente rappresentato quel grande momento storico per l’unità e l’integrazione del demos europeo.

Un’assemblea costituente eletta su base continentale e un referendum unico europeo avrebbero rappresentato sicuramente una scelta più solenne e adeguata per una vera e propria costituzione.

E con la costituzione e il sogno federale è morta anche la fiducia dei cittadini nei confronti dell’Europa. È difficile che l’uomo della strada si scaldi il cuore con le strategie monetarie della BCE o con i regolamenti comunitari sugli standard nell’allevamento del pollame. Se l’Europa – nel bene e nel male – influenza le loro vite, i cittadini esigono che l’Europa sia democratica e a loro vicina. Ai loro interessi, alle loro aspirazioni, ai loro desideri.

Si dice che i francesi votarono no al referendum sulla costituzione, nel 2005, perché temevano un’invasione di lavoratori a basso costo dall’Est europeo. Qualcuno ha mai dato prova a quei francesi che ci sono delle ragioni un po’ più “alte” per cui l’Europa va fatta? Le istituzioni di Bruxelles hanno mai dato un segnale ai cittadini europei che l’Europa è “dalla loro parte”?

Grafico giù

L’integrazione economica e monetaria dell’Europa è stata spinta molto avanti. Non altrettanto si può dire dell’integrazione politica. Questo squilibrio ha reso l’Unione Europea politicamente sterile. Una costruzione fredda e distante, vista come ostile dall’opinione pubblica. La fiducia nell’Unione Europea è crollata, in vent’anni, dal 72% al 33%.

L’Europa delle banche, a quanto pare, non appassiona.

Nella mitologia greca Europa era la figlia di Agenore, re di Tiro. Zeus, invaghitosi di lei, si trasformò in un toro bianco e mostrandosi mansueto la fece salire sul suo dorso e la rapì, portandola a Creta. Lì il padre degli dei rivelò alla fanciulla la sua vera identità e, per possederla, la violentò.

Parafrasando il mito, possiamo dire che a cavallo tra il XX e il XXI secolo la fanciullesca idea di un’Europa unita è stata rapita da un toro bianco chiamato Euro, e violentata sull’isola di una confederazione bancaria.