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E’ troppo tardi?

La proposta della clausola sociale non è una novità, nel dibattito politico internazionale.

Di condizionare l’apertura delle frontiere al rispetto dei diritti dei lavoratori si è parlato a lungo nei primi anni Novanta, quando si è siglato il NAFTA tra USA, Canada e Messico, e durante i negoziati per l’istituzione del WTO. A Seattle, nel 1999, quando esplose la protesta del movimento no global, ancora alcune delegazioni nazionali cercavano timidamente di aprire un tavolo su questo tema. Poi, più il nulla.
La questione è scomparsa dall’agenda.

Seattle 1999

Perché? L’opposizione delle grandi multinazionali e del capitale internazionale ha sicuramente condizionato i governi occidentali nel ritenere… diciamo “non prioritario” questo tema. Ma, più in generale, la questione non era ancora esplosa con tutta la sua gravità. I tempi non erano ancora maturi, forse. Non per l’opinione pubblica, almeno.

Negli anni Novanta le prospettive di un “mercato globale” sembravano un’affascinante suggestione, una prospettiva ancora tutta da venire. I dubbi di quegli studiosi che già preconizzavano l’avvento di una corsa al ribasso nei diritti dei lavoratori apparivano alla stregua di un tetro presagio su un futuro remoto. Il solito pessimismo dei disfattisti.

In fondo, lo stato sociale europeo sembrava ancora vivo e pimpante. La new economy, nel frattempo, aveva convinto il mondo occidentale che la crescita economica, grazie all’evoluzione tecnologica, poteva essere “infinita”. Il mito della società dei servizi si affacciava, promettendo un futuro in cui tutti si sarebbero occupati di finanza, customer satisfaction, intrattenimento, wellness e creatività. Di fronte a questa terra promessa, perché difendere degli anacronistici posti di lavoro nell’industria? Chi vorrebbe fare l’operaio quando può reinventarsi “consulente”? Lasciare le “basse” mansioni manuali ai paesi più arretrati appariva naturale, inevitabile e persino “giusto”.

mappa anni 80Il mondo era, allora, molto più piccolo di quello che è oggi. Le frontiere del mondo industrializzato comprendevano Stati Uniti, Canada, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Giappone e Australia, essenzialmente. Oltre, ovviamente, alle dinamiche economie dei più piccoli paesi europei. La stessa Spagna era ancora sulla via di una “europeizzazione” ancora in divenire. L’Est Europa era uscito da poco dall’oppressione sovietica, e si presentava quasi come un mucchio di macerie da ricostruire. Le “tigri” asiatiche erano ancora poche e piccole.

Il commercio internazionale era un affare tra Stati Uniti, Europa e Giappone, in pratica. I “BRIC” (Brasile, Russia, India e Cina) erano ancora confinati ai margini degli scambi mondiali. “Internazionalizzarsi”, vent’anni fa, voleva dire ancora “aprire una sede in Germania o in Francia”. Erano multinazionali americane (o europee) che si allargavano in Europa (o in America), a farlo. Qualche volta quelle giapponesi.

Il mondo era piccolo, ed era diverso. L’Italia era la quinta economia del mondo, e il suo PIL era tre volte quello cinese. Oggi è la nona, e la Cina (balzata al secondo e presto al primo posto) produce quattro volte quello che produciamo noi. Brasile e India, insieme, producevano poco più di un sesto del Giappone. Oggi arrivano quasi a tre quarti.

In quel contesto, il mondo era più “piccolo” e la globalizzazione poco più che un’affascinante teoria, nell’immaginario collettivo. L’opinione pubblica, allora, non poteva vedere i rischi provenienti dalla globalizzazione selvaggia come una minaccia reale. Non si aveva idea di quello che stava per succedere. Di conseguenza, l’opinione pubblica non era pronta a sostenere questa battaglia. I cittadini e i lavoratori occidentali non desideravano ancora di essere “protetti” da una clausola sociale. Non potevano farlo, perché non vedevano ancora l’imminente erosione del loro welfare state, dei loro salari e del destino industriale dei loro paesi.

La proposta di una clausola sociale era il frutto di una lungimirante preoccupazione di pochi illuminati intellettuali che, cantando fuori dal coro, cercavano di avvertire il mondo sui rischi che stavamo per affrontare. Essere “no-global”, negli anni Novanta, era considerato l’hobby un po’ fricchettone di quei giovani ideologizzati che desideravano emulare le gesta compiute dai loro padri durante il Sessantotto. Un po’ come rifiutarsi di mangiare da Mc Donald’s o di indossare le scarpe Nike, o come prendere a cuore il destino della foresta amazzonica. Un modo contemporaneo di essere “radical”.

Oggi la situazione è ben diversa, credo.
Oggi l’opinione pubblica è costretta a cambiare idea su questi temi.

Come nasce il mercato globale

Delorean

Nel film Ritorno al Futuro – Parte III c’è una scena in cui il giovane Marty McFly e lo scienziato “Doc” Emmett Brown recuperano la macchina del tempo nel vecchio cimitero abbandonato dei pistoleros mancati. La DeLorean era stata lasciata lì da Doc, catapultato nel 1885 alla fine della seconda parte della trilogia, per un guasto al controllo dei tempo-circuiti causato da un fulmine che aveva colpito la macchina. Nella scena in questione Marty e Doc analizzano il danno. Il componente danneggiato è un microchip, e a un certo punto Doc afferma: “Ecco perché non ha funzionato: c’è scritto made in Japan.” Siamo nel 1955. Marty, che è cresciuto negli anni Ottanta, gli risponde candidamente: “E che vuol dire Doc? Tutta la roba migliore è fatta in Giappone“. “Incredibile”, risponde lo scienziato degli anni Cinquanta.

Negli anni Cinquanta era inconcepibile anche per uno scienziato avveniristico come “Doc” Emmett Brown immaginare che un paese come il Giappone, distrutto appena un decennio prima dalla guerra e dalle bombe atomiche, avrebbe potuto produrre roba di qualità e esportarla negli Stati Uniti. Negli anni Ottanta quest’ipotesi era invece diventata una consolidata certezza, alla portata anche di un ragazzo come Marty.

Oggi sappiamo che il caso del Giappone è solo il primo della lunga serie di paesi che hanno conosciuto un autentico boom economico grazie all’esportazione delle proprie merci. A partire proprio dagli anni Cinquanta il Giappone crebbe ad un ritmo impressionante. La sua economia era trainata dalle esportazioni negli Stati Uniti e in Europa grazie a salari contenuti e a una grande competitività.

Verso la fine degli anni Ottanta il Giappone è un paese ormai enormemente sviluppato. È da circa venti anni la seconda economia del mondo, e continua a crescere anche più degli Stati Uniti. I suoi prodotti hanno ormai raggiunto livelli massimi di qualità (da cui l’osservazione di Marty), soprattutto nel settore dell’industria dei mezzi di trasporto e dell’elettronica di consumo. Il miracoloso sviluppo export-led (trainato dalle esportazioni) tocca ora altre realtà dell’Asia orientale. Le famose “tigri”: Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore, dove un mix tra boom del manifatturiero e sviluppo di servizi finanziari porta in pochi anni a livelli di sviluppo paragonabili a quelli dell’Occidente. A queste si aggiungeranno poi le “tigri minori”: Filippine, Indonesia, Malesia e Tailandia.

Membri WTO
La membership del WTO. In verde e in blu i membri. In giallo i paesi “osservatori”. In rosso gli stati non aderenti all’organizzazione.

Nello stesso periodo le imprese americane e dell’Europa Occidentale hanno ormai consolidato i loro processi di delocalizzazione anche in America Latina, nell’Europa dell’Est e in alcuni paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. La mappa del mondo industrializzato si è ormai allargata: la globalizzazione dell’economia è ormai compiuta. Possiamo identificare nel 2001, anno di adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio, il “punto di non ritorno” della globalizzazione economica lentamente attuata dal secondo dopoguerra.

E delle conseguenze di questo processo sull’industria europea ho scritto qui.